La tematica non è solo quella della salute mentale, ma anche e soprattutto quella della libertà, delle donne e del mondo, della dignità di ogni individuo, nonchè dell’amore, vissuto anch’esso nella libertà dagli schemi e dai pregiudizi. “Le libere donne” si presenta come una serie ricca di tematiche, dunque, e anche di importanti riferimenti storici e letterari, essendo tratta dal libro “Le libere donne di Magliano” di Mario Tobino. E proprio la figura di Tobino – e la sua esperienza come medico nell’ospedale psichiatrico femminile di Maggiano, dove cercherà di attuare una nuova visione per affrontare il disagio mentale – è centrale in questa nuova fiction, in onda da martedì 10 marzo, su Raiuno, per tre serate. Una serie – prodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy – che si preannuncia come un viaggio intenso sugli argomenti cui si accennava, tra ieri – è ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, tra Lucca e Viareggio – e oggi, ripercorrendo situazioni e argomenti molto attuali. Scegliendo un tono non edulcorato, ma – pur restando nella realtà – poetico, dolce, per renderlo attraente e meno potenzialmente respingente, sottolinea il regista Michele Soavi, nel corso della conferenza stampa di presentazione. Uno stile adottato per proporlo ad una platea vasta, con lo scopo di coinvolgere il pubblico in una tematica forte, ma importante e autentica, oltre che universale. Concetti ribaditi da tutti gli intervenuti, da uno degli sceneggiatori, Peter Exacoustos, ai protagonisti, Lino Guanciale, Grace Kicaj, Gaia Messerklinger e Fabrizio Biggio. Tutti calati con passione dentro il progetto, tanto che la commozione è stata più volte evidente e palpabile durante l’incontro.

Un progetto di grande intensità, dunque, frutto di un lungo lavoro, “durato diversi anni, essendo partito nel 2017 – precisa Exacoustos, autore della sceneggiatura insieme a Laura Nuti -. Abbiamo visitato il manicomio, e, già dalla prima volta, c’è stata una grande emozione, le mura parlavano. L’archivio della Fondazione Tobino era ricchissimo di immagini, racconti, narrazioni di queste vite passate in cattività e, soprattutto, la cosa che saltava agli occhi era che gran parte di queste recluse non erano affette da patologia, ma erano spiriti liberi, ribelli o che scontavano una diversità, anche sessuale, o di essere vessate dal mondo maschile. E questo ci ha subito conquistato. Il libro è stata una grande guida e materiale di ispirazione, andando a riesumare questo capolavoro volevamo che parlasse al presente e potesse incidere su tematiche che stiamo vivendo. E poi, il lavoro di costruzione dei personaggi: ci siamo ispirati ad alcuni racconti, rubato dal libro tutto quello che potevamo, soprattuto di atmosfere, toni, luoghi. Abbiamo scoperto, inoltre, che questo libro era stato opzionato da Fellini, che aveva in mente di tirarne fuori un film. All’epoca il libro aveva avuto un’aura di scandalo, perchè raccontava la sessualità, l’attrazione erotica per il medico stesso”.
“È stato un lavoro lungo – ribadisce -, non era un progetto facile, un po’ a rischio, andiamo ad esplorare un universo mai raccontato nelle serie tv. Abbiamo cercato di farlo in modo meno inquietante, meno respingente possibile. La cura che abbiamo messo nei personaggi, nel dare loro un arco di trasformazione e verosimiglianza, è stata una delle attenzioni maggiori che abbiamo avuto. La linea è quella di una storia d’amore. Credo che sia una delle storie sentimentali che ho scritto più riuscite, perchè racconta la storia nel contesto della guerra e della follia, follia intesa della guerra e della patologia; racconta che l’amore è sempre una speranza fondamentale. Proprio in questo momento in cui siamo annichiliti dalla follia della guerra, ripensarla e rivederla all’interno di un manicomio, mentre fuori imperversa la guerra, penso possa far riflettere”.

Al centro della storia, oltre a Tobino e alla compagna Paola Levi, anche la figura di una delle pazienti, Margherita, rinchiusa dal marito contro la sua volontà. Ad interpretarla è Grace Kicaj, che definisce “un dono enorme avere avuto la possibilità di dare voce a un personaggio incredibile”. Mentre Gaia Messerklinger interpreta Paola Levi, sorella di Natalia Ginzburg, ex moglie di Adriano Olivetti, che ritrova Tobino, suo amore giovanile: “È un racconto molto, molto profondo, tocca corde profonde e lo fa con intelligenza e con un tocco di poesia”. E rivela che Paola era anche la nonna del regista, Michele Soavi, il quale – aggiunge Gaia Messerklinger – “con grandissima generosità, ha voluto condividere i ricordi di questa donna. Una donna fuori dagli schemi, per il suo vissuto, separata, estremamente indipendente. Ha questa maschera borghese, composta, misurata, mette molti filtri, ma poi è un cavallo selvaggio, intraprendente, libera, nel significato più puro di questa parola. Viene raccontata in modo non stereotipato. La parte di finzione ha voluto vedere questa donna Impegnata nella resistenza partigiana: accantona la sua vita perchè si rende conto che, in quel momento, la cosa più importante è combattere perchè la dignità umana e il diritto all’esistenza di ogni essere umano sia riconosciuto. E penso che, in questo tempo, sia importante raccontare questa cosa. Una lotta che ha un valore universale, perchè diventa la lotta di tutte queste donne”.
“È stato un percorso tortuoso, difficile, lungo, è uno dei lavori più belli che ho fatto – racconta il regista Soavi -. Lino Guanciale è stato un soldato fedele, si era innamorato di questa storia fin da tre anni prima. È strepitoso, da subito ha tenuto a questo progetto”. “E difficile, al limite dell’imbarazzo, raccontare qualcosa di familiare – prosegue – Sono stato fortunato ad avere accanto personaggi di cultura. Mario è un mio nonno, dopo Adriano, che è morto quando avevo tre anni, ma ne ho un ricordo molto vivo. Mario è stato il mio vero nonnino, mi ha voluto bene da piccolo. E penso che in qualche modo mi abbia accompagnato qua”, dichiara con commozione.

“È stato un set emotivamente magico – afferma Lino Guanciale -. Tobino l’ho scoperto, ma frequentato poco da ragazzo. Ho avuto l’opportunità di lavorare su un personaggio realmente esistito, non lo avevo mai fatto, e su un personaggio che fa scelte di grande interesse. Umanissimo, le scelte su da quale parte stare le fa in maniera molto netta, come una persona normale. Se deve scegliere se stare con il nazifascismo o con la resistenza sta dalla parte – ora lo dico – giusta. Fa il mestiere che vuole e lo fa in un ambito che è ancora al paleolitico, è l’anello di congiunzione con quella che sarà l’azione di Basaglia. Anche in questo caso dice chiaramente con chi stare, tra elettroshock e dignità sociale di chi sta là dentro. E non lo fa come un eroe, ma come è bene che lo faccia ogni persona normalissima. Poi mi ha appassionato una cosa, che credo sia necessaria per noi maschietti, in questi tempi ancora orribili, in cui si dice che il “patriarcato non esiste perchè chi comanda a casa è mia moglie”, frase intollerabile nel momento in cui viene pronunciata; e non è pronunciata solo in prima serata, viene pronunciata ad ogni angolo di strada, in famiglia, dappertutto. Finchè questo diventa il motto de “il patriarcato non esiste”, non cambia niente. Tobino era un esempio di uomo che, anche se non lo sa fare fino in fondo, però dice “faccio un passo indietro”. Il primo libro che pubblica è una serie di ritratti femminili per dare voce a quel femminile violato che una voce, una dignità non ce l’ha. Bisognerebbe che ci tobinizzassimo un po’ tutti”.
Come di consueto, Lino Guanciale non sfugge dalle domande sull’attualità e risponde con la consueta forza e sincerità a quelle che riguardano lo sconforto che prova Tobino davanti alla follia della guerra, in parallelo a quanto sta accadendo oggi nel mondo, e al disegno di legge sulla violenza sessuale e sulla questione consenso/dissenso: “Sono tempi super-acceleratamente preoccupanti, ci abbiamo messo veramente pochissimo a ripiovere in una realtà geopolitica in cui è diventato ormai normale che comanda il più forte; ci è voluto un anno e mezzo dall’insediamento del nuovo presidente statunitense – perché bisogna chiamare un po’ le cose con il loro nome – per smascherare una logica che era evidente da prima, ovvero che è normale che lo stato di diritto sia una favola che ci siamo raccontati per un bel pezzo, ma che tanto è il più forte che comanda. Ecco, questo darwinismo imperante è orripilante e a questo bisogna ribellarsi con tutte le proprie forze. Se lo chiedete a me, una soluzione c’è, ovvero che l’Unione Europea cominci a contare molto di più come identità politica comune all’interno di uno scacchiere impazzito e, peraltro, credo anche che sia il momento politicamente adeguato per farlo, buttandosi alle spalle tentennamenti e pompieri”. Il merito al ddl, afferma: “Credo che sia una vergogna che, di fronte a un concetto molto semplice come quello di consenso, si stia ancora ballando come le scimmiette attorno a delle circonvoluzioni: ma per scusare chi? Per aiutare chi? Per tutelare chi? Io nel ddl vedo soltanto un enorme passo indietro, quando si aveva l’occasione per fare un minimo, logico, dovuto passo avanti“.
Sempre rispondendo ad una domanda, si sofferma sulla sua collaborazione artistica con Claudio Longhi, direttore del Piccolo di Milano, con cui sta lavorando attualmente in “una nuova avventura che ha appena debuttato, “Miracolo a Milano,” che è un’operazione importante e coraggiosa. In generale sono uno di quegli attori che ritengono sia fondamentale il rapporto con la regia. Non lo so se è parente anche di un certo modo di affrontare il successo, però io non sono affezionato a un concetto che secondo me è molto retrivo, che è quello di sovranità: credo che le cose migliori si facciano quando si fa un passo indietro e si crea un momento di ascolto. Mi pare che Tobino facesse così. Mi fa molto felice l’idea di stare dentro a un racconto in cui c’è un uomo che non si mette al centro e in qualche modo mette in oggetto delle storie di donne che lo ispirano, al punto da formare la propria vita nel luogo in cui decide di stare, a servizio di chi una voce e una dignità non ce l’ha”.
L’impegno, dunque, la libertà e la dignità, al centro del percorso lavorativo e del pensiero di Lino Guanciale e della stessa serie tv, che vede nel cast anche Fabrizio Biggio – in una nuova veste, come interprete del personaggio del Dottor Anselmi, che diventa il braccio destro di Tobino -, Paolo Giovannucci, Massimo Nicolini, Paolo Briguglia, Pia Lanciotti, Paola Sambo, Francesca Cavallin, Filippo Caterino, Dodi Conti, Gea Dall’Orto, Irene Muscarà, Marta Bulgherini, Iauna Coeli Linhart, Riccardo Goretti, Vittoria Gallione, Adriano Exacoustos, Luigi Diberti.
