Una piccola grande storia sul valore sociale dell’arte, su quello dell’unione, del gruppo, del sostegno reciproco, della visione solidale come strumento di riscatto e di speranza. Ma anche la visione dell’arte, in questo caso del cinema, come strumento della “restanza”, come sogno da inseguire per poi ritornare nella propria terra e puntare ad uno sviluppo attraverso la stessa arte. Questi alcuni dei punti fondanti di un documentario che spinge a guardare, appunto, oltre il valore artistico del cinema: parliamo di “Waiting for Ken Loach”, il documentario diretto da Simone Amendola presentato in anteprima nella sezione “Confronti” delle Giornate degli autori della Mostra del cinema di Venezia.
Il desiderio di affrontare il mondo attraverso l’arte e di trovare se stessi e il senso di comunità per mezzo di quell’arte: temi che, per lo spirito che attraversa il film, ad un tratto fanno tornare un po’ con il pensiero a “Nuovo Cinema Paradiso”, ma in chiave contemporanea. Un rimando che diventa più vivo – per chi scrive – quando l’insegnante di un gruppo di studenti, che trasmette loro la passione per il cinema e la voglia di fare qualcosa nel loro piccolo paese, Mesagne, in Puglia, proprio partendo da questa passione per l’arte, racconta il suo percorso professionale, che nasce come proiezionista. Floriana Pinto (anche co-produttrice di questo documentario) lascia Mesagne per inseguire questo sogno e poi torna, facendo di questi giovani il motore del cambiamento: e la sua commozione, nel raccontare questa storia davanti alla macchina da presa, tra il dolore di dovere andare lontano per poter trovare la propria strada ed esprimersi e la descrizione di questo ritorno, è una testimonianza importante e, insieme, una delle cifre di quest’opera che fa proprio della narrazione tra realtà e cinematografia, tra documento e mediazione cinematografica nel racconto della vita, la linea stilistica del racconto stesso.
Ma perchè “Waiting for Ken Loach”? Perchè questi ragazzi, dopo aver seguito il corso di cinema, hanno un’idea, apparentemente “folle”: riaprire un vecchio cinema, chiuso da decenni, ed intitolarlo ad uno dei cineasti che la prof ha fatto loro conoscere. Non a caso, un regista che ha fatto dell’impegno, della lotta, dell’agire solidale, il fil rouge del suo cinema. A Ken Loach gli studenti decidono di scrivere, riuscendo a fargli arrivare notizia della loro storia, dell’apertura del cinema a lui intitolato: e il regista invia a questi giovani un messaggio, auspicando di poter essere presto lì con loro.
Un sogno ricco di realtà, come lo stile del racconto suggerisce: e tra i tanti passaggi di vita reale che vengono filmati, tra quelli raccontati in video, tra quelli che erano finzione e poi sono divenuti reali (come la richiesta al sindaco di poter avere in uso il vecchio cinema, prima inserita in un corto, poi concretizzatosi davvero), anche il “viaggio” della borsa con il logo del cinema e della lettera dei ragazzi, che giungono a destinazione, nello studio londinese di Loach.
Il senso del racconto e lo stile, la profondità della storia, che crea un legame tra tradizione – di un luogo e del cinema – e futuro, ovvero i giovani che sono il motore di questa iniziativa, come elementi centrali, dunque. Elementi sintetizzati in un’immagine, divenuta poi quella della locandina: i ragazzi che trasportano le poltroncine della vecchia sala cinematografica attraverso la piazza del paese. Come in un percorso, in un passaggio generazionale, in uno sguardo verso il futuro che passa dal cinema.
