Il teatro di Eduardo De Filippo torna al “Cilea” di Reggio Calabria, nell’ambito della rassegna “Le Maschere e i Volti”, promossa dalla Polis Cultura: e lo fa con la versione firmata da Luca De Fusco – andata in scena ieri, 18 marzo – di “Sabato, domenica e lunedì”, la celebre commedia che riflette sulla famiglia, sulle sue fragilità, sui ruoli, attraverso i vari protagonisti, a partire dalla madre, Rosa Priore, e dal marito Peppino, ossessionato dalla gelosia. Una versione in cui il regista si attiene al testo eduardiano, inserendo comunque una propria lettura, sviluppata sia attraverso alcuni movimenti ed elementi scenici, tra cui soprattutto quello delle porte finestre (parte fondamentale della scenografia curata, insieme ai costumi, da Marta Crisolini Malatesta), che circondano la scena stessa e che vengono con frequenza aperte e chiuse, in un’azione metaforica di di avvicinamento e distacco verso l’esterno e il confronto (oltre ad essere funzionali al cambio di luce che identifica lo scorrere della giornata); sia attraverso toni e accenti dei personaggi, interpretati da un cast – che vede, tra gli altri, Claudio Di Palma, nei panni di Peppino e Anita Bartolucci, in quelli dell’iconica Zia Memè -, guidato da Teresa Saponangelo, nel ruolo di Rosa Priore.

Proprio Teresa Saponangelo – una delle più talentuose e versatili attrici italiane, impegnata, oltre che a teatro, anche al cinema (per la sua interpretazione della madre in “È stata la mano di Dio”, di Sorrentino, ha ottenuto il David di Donatello) e in televisione (da “La Nuova Squadra”, fino ad “Avvocato Malinconico” e alla serie proposta su Netflix, “Sara”) -, prima dell’inizio della rappresentazione al “Cilea”, ci ha parlato del messaggio di quest’opera e della sua attualità: “Secondo me, questo testo tocca ed emoziona il pubblico perché parla di attenzione, di cura dell’altro. Si parla della storia di una coppia che sta insieme da diversi anni, almeno venti, con i figli grandi, e in cui Rosa Priore pretende un’attenzione, pretende di essere vista come donna, oltre che come madre e come moglie. E questa è una cosa che naturalmente tocca tutti, anche il maschile”. Proprio rispetto al personaggio del marito, aggiunge che “Peppino Priore è attanagliato da una gelosia ossessiva, per cui questa idea anche del possesso, di non essere più visto dalla moglie, è accecante e qui anche ci si immedesima tanto rispetto ai tempi che viviamo”. “Poi c’è, secondo me – prosegue Saponangelo – un altro tema importante di questo testo, che è l’emancipazione femminile. Eduardo parla della necessità di sentirsi liberi, di vivere liberamente le proprie emozioni e quindi di parlarne a viso aperto. Zia Memè è proprio il modello dell’emancipazione femminile: si è innamorata, negli anni cinquanta, di un altro uomo ed è stata capace di dirlo al marito affermando “se ti sta bene, ti sta bene, altrimenti ci separiamo, ma ricordati che abbiamo un figlio”. Quindi la famiglia nel ‘59 ancora si tiene, perché non sono arrivati i tempi in cui si rompe definitivamente, ma c’è già il seme di un’emancipazione molto significativa. Rosa Priore, il personaggio che interpreto, è un po’ a metà, una donna a metà: mira e tende all’emancipazione, ma non c’è stato ancora quel passaggio, perché in parte è una donna antica, anche nei silenzi”. Un percorso, quello per vestire i panni della protagonista, realizzato “un po’ ricordandomi quello che era mia nonna paterna, che proprio aveva le stesse crisi, la stessa teatralizzazione della sofferenza, pur se vera come sentimento, un po’ una donna antica e un po’ uno sguardo verso il moderno: io guardo Zia Memè, io ascolto quello che dice Zia Memè, perché Rosa comunque tende a una modernità, a un’emancipazione”.

A proposito di personaggi femminili, anche al cinema – attualmente è in sala con il film di Rocco Papaleo, “Il bene comune”, ma ha anche i suoi altri e numerosi personaggi femminili – sono tutti sempre molto intensi, forti e attraverso questi affronta anche varie sfaccettature del femminile: come si accosta – chiediamo – ai personaggi, come li sceglie, e anche come sceglie le produzioni, perché si nota sempre una grande attenzione da parte sua, anche verso progetti innovativi o autori – pensiamo a Capuano, ma non solo -. “Sicuramente dalla sceneggiatura, mi deve interessare la sceneggiatura; tante volte, come per esempio nel caso de “Il bene comune”, la sceneggiatura non era definita in tutte le sue parti, però per me era una garanzia Rocco Papaleo, avendolo conosciuto 30 anni fa in “Ferie d’Agosto”, avendolo poi seguito, stimato come attore, come regista. Aderisco a un progetto anche proprio per la persona che te lo propone, per l’artista che è, più che per lo scritto definitivo. Quindi dipende, perché, se non conosco la persona, leggo accuratamente la sceneggiatura, se mi fido di quell’artista e mi ispira lavorare con quell’artista, poi sono sicura che potrò lavorare bene nel costruire insieme. Infatti, ne “Il bene comune” c’è una parte di improvvisazione a cui abbiamo dato vita durante le riprese, proprio sul set”. E proprio in relazione al set, aggiunge: “Mi sono trovata benissimo nei luoghi in cui abbiamo girato (nella zona del Pollino, tra Basilicata e Calabria, ndr.): era una terra per me sconosciuta, della Calabria si ha in genere un immaginario solo marino, te la immagini solo col mare e non così montanara. Una terra bellissima e c’è una comunità montana che sta lavorando proprio per il riscatto di quei luoghi, per la valorizzazione di quei luoghi: si uniscono, fanno una serie di attività turistiche, di guide, di ospitalità di un certo tipo, molto molto apprezzato”. “Se ci può essere un bene comune – prosegue – è la condivisione delle proprie storie, perché l’isolamento non fa bene a nessuno: ho sempre pensato che, quando conosci una persona in profondità, è perché hai condiviso le sofferenze, non le gioie. Il bene comune siamo noi che ci mettiamo in gioco e che ci modifichiamo con l’incontro con l’altro, perché ci sentiamo meno soli, sentiamo di appartenere a una comunità sofferente, ma sempre una comunità”.
Ad un’attrice impegnata, come si diceva, sia in teatro, che al cinema e in televisione (a breve, tra l’altro, ricominceranno le riprese di “Avvocato Malinconico”, la serie giunta alla terza stagione), non potevamo, infine, non rivolgere la domanda che poniamo sempre agli interpreti più versatili, occupandoci – come culturalife.it – proprio del rapporto tra questi mezzi ed avendo intitolato la nostra serie di interviste, iniziata nel 2021, “Tra teatro, cinema e tv”: cosa significa per lei modulare il talento attraverso questi diversi mezzi espressivi? “Penso che avere questa opportunità di cambiare arricchisca un attore, perché si cimenta con ambiti diversi: il teatro ti spinge a un lavoro più fisico, di approfondimento; la televisione è sicuramente il mezzo più veloce, però anche nella velocità devi imparare a fare la sintesi di quel personaggio, in un arco temporale di 5-6 mesi, quindi costruire questo arco, la storia di questo personaggio; il cinema è a metà, perché ha un tempo che non è quello televisivo, ma neanche quello teatrale, per cui ha una qualità talvolta superiore, artistica, di condivisione, con progetti, diciamo, più coraggiosi della televisione, nel cinema ci si può sentire un pochino più liberi. Quindi è bello poter esplorare campi diversi: mi reputo fortunata, perché sono sempre stata curiosa e non mi sono mai legata solo a una cosa. Ciò che non potrei mai perdere è il teatro, perché penso che questo spazio, in cui c’è un approfondimento vero, in cui si parte in un modo e si arriva in un altro, non è né del cinema né della tv. E poi, oggi più che mai ha un valore assoluto, perché è l’esperienza, appunto, comune che noi facciamo, attori sul palcoscenico e pubblico in sala: viva, fisica, carne, che è ciò che ci manca”.
