Appena conclusa la quinta e ultima stagione di una serie tv tra le più innovative degli ultimi anni come “Imma Tataranni” e in attesa di tornare sul set, a maggio, per girare la terza stagione di un’altra serie iconica come “Malinconico, avvocato d’insuccesso”, Massimiliano Gallo approda al Teatro Cilea di Reggio Calabria per due serate (di grande successo e coinvolgimento del pubblico, promosse nell’ambito della stagione della Polis Cultura), in cui traspone sulla scena proprio il celebre personaggio dei romanzi di Diego De Silva, cui ha già dato volto nella serie tv. E dunque, “Malinconico moderatamente felice” è lo spettacolo teatrale che riprende quel protagonista, un po’ svagato, che si lascia attraversare dai fatti, dalla vita, divertente, ma anche profondo, diviso tra amori, figli e lavoro. Prima di andare in scena, racconta così, incontrando la stampa, questo nuovo impegno che ha Malinconico come protagonista: “Era una sfida portarlo a teatro, perché chiaramente c’era già la trasposizione dai libri alla tv, che è stata complicata, perché Malinconico è un mondo complicatissimo, pieno di cose, di pensieri, di voci off, l’amico immaginario. Abbiamo dovuto trovare una serie di soluzioni per far arrivare al pubblico il pensiero di Malinconico. In questo caso c’era un triplo salto mortale, perché lo facevi a teatro. Inizialmente, con Diego De Silva c’era quest’idea di portarlo a teatro, ma non sapevamo neanche come, quindi la scorciatoia era fare dei monologhi con dei macro temi, l’amore, l’amicizia, il lavoro, con i musicisti e fare teatro-canzone. Io però volevo fare, invece, una commedia e quindi, piano piano, è nata l’idea di mettere su una vera e propria commedia con altri attori: per darmi la possibilità di farmi trovare nel caos di Malinconico mi servivano o tanti attori, o degli attori straordinari che poi potevano interpretare più personaggi. Molti di loro ne interpretano tre, uno ne interpreta quattro. Scenograficamente, invece, ho trovato la soluzione di avere una scenografia, da una parte, surreale, tutta nero lucido, che mi dà la possibilità di spaziare dal tribunale alla casa, al giardino, le scale che mi danno invece la possibilità di salire e scendere continuamente, che sono anche un po’ la proposizione reale del pensiero: perché Malinconico è uno che rimugina continuamente, quindi questo suo continuo rimuginare, è anche visivo. Invece, nella parte centrale della scena c’è un pezzetto di casa di Malinconico: però quella parete centrale è anche una garza su cui vengono proiettati gli ologrammi, che sono il suo amore ideale. Lui è stato lasciato ed è in cerca di questo amore ideale, che il pubblico vede in video. Il macro tema dello spettacolo è l’amore, lo spettacolo invece è molto strutturato, stratificato, perché all’interno c’è tutto Malinconico, quindi c’è il tribunale, dove ci sono le scene più comiche, ci sono cause impossibili, c’è la sua figlia Alagia con cui c’è un rapporto particolare, c’è l’angelo custode. È uno spettacolo in cui all’inizio devi entrare per capire il mondo di Malinconico e quindi immediatamente parte con una canzone con tutti che cantiamo, quindi potrebbe sembrare una commedia musicale ma non lo è…Le canzoni originali sono scritte da Giò Barbieri, artista incredibile che sposa perfettamente il mondo di Malinconico.

Dunque, una sinergia tra teatro, televisione e cinema, che già c’era, per esempio, anche in Imma Tataranni, e adesso ancora più stretto con il film cui cui debutta alla regia, La Salita, in uscita il 9 aprile, in cui parla proprio di teatro e dell’esperienza di Eduardo De Filippo con i ragazzi di Nisida. Che cosa rappresenta – chiediamo – questa unione, questa sinergia che oggi è sempre più forte e tra cinema, teatro e televisione, e che cosa vuol dire modulare il talento tra questi tre mezzi diversi? “Sono linguaggi completamente diversi: il linguaggio cinematografico è diverso da quello teatrale, però parto sempre dal presupposto che questo sia un po’ un equivoco tutto italiano: solo in Italia c’è questa moda di dire no, faccio solo cinema, non faccio teatro. In Inghilterra sono tutti attori di teatro che poi fanno le grandi serie, i grandi film, in Francia sono tutti attori di teatro, nel senso che sei formato proprio a teatro, sei un attore a tutti gli effetti: poi devi capire i linguaggi, che sono diversi, però poi fai altro. Io ho sempre spaziato tre cinema, tv e teatro, ma perché per me il teatro è casa quindi il teatro viene a prescindere, nasco in teatro e spero di morirci, molto più in là… ! È proprio casa mia. Ho bisogno di fare teatro per un fatto fisico, ho bisogno proprio di incontrare il pubblico. I linguaggi sono diversi, ma non cambia niente. Nel film racconto Nisida negli anni Ottanta: nell’83 arriva Eduardo De Filippo e si occupa dei ragazzi di Nisida, che è un carcere minorile: invece di fare retorica e chiacchiere, fa un assegno di tasca sua per far costruire un teatro e una scenotecnica, con cui salva tanti ragazzi. È un film, secondo me, importante perché, in questo momento, in cui si vuole raccontare soltanto l’arroganza, la prepotenza, la violenza, sapere che la bellezza è salvifica, l’arte è salvifica in un paese che non cura l’arte, è assolutamente importante”.
Com’è nata scelta di parlare di Eduardo e dell’esperienza di Nisida e che cosa resta, qual è la lezione più importante che ci lascia Eduardo?
“Secondo me era necessario raccontarla, perché alcuni l’avevano dimenticata e alcuni non la conoscono proprio. E’ necessario perché Eduardo arriva a Nisida a fine vita, era neo-senatore a vita, quindi aveva 82-83 anni, invece di preoccuparsi della sua vecchiaia o di bearsi di questa cosa, lui si occupa di altro, si occupa dei ragazzi: va al Senato e fa un discorso molto importante, in cui accusa i più grandi, non i ragazzi, dice “noi che cosa abbiamo fatto per loro?”. È un punto di vista nuovo, secondo me modernissimo, che ti fa capire tante cose”. “I ragazzi che stanno in questi luoghi – prosegue Gallo – sanno benissimo che devono pagare una pena, nessuno di loro si sente vittima. Però poi la pena, se non c’è un contraltare che è quello di insegnarti qualcosa, di dirti altro, di insegnarti bellezza, di insegnarti la cultura, di prepararti, non ha senso, diventa punizione e basta. Eduardo, secondo me, in questo era non solo uno dei più grandi attori e uno dei più grandi drammaturghi del XIX secolo, ma è stato pure uno dei più grandi intellettuali, davvero intellettuale, insieme a Pasolini e Pirandello: invece di fare chiacchiere, fare cose. E quindi la lezione che ci lascia è proprio questa. Devi semplicemente capire come salvare il più possibile questi ragazzi: se tu li abitui al bello, li abitui ad altro, se gli dai una possibilità, sicuramente su dieci, sette li perderai comunque, perché non hanno nessuna intenzione di riabilitarsi, ma tre li hai salvati”.
Gallo parla poi della sua formazione, con i grandi capocomici, che “sapevano tutto del teatro” e questo fa comprendere “che tipo di disciplina c’è, che tipo di lavoro c’è attorno a uno spettacolo di successo: sono rimasto dell’idea che quella è l’unica cosa che funziona in teatro, il lavoro”.
Non può mancare un accenno a Napoli, “città sempre viva, è una città che continuamente sforna talenti nel cinema, nella musica, nella drammaturgia, è una città secondo me unica, nel senso che si fa contaminare, ma contamina chi la contamina, è una città piena di ricchezza culturale”. E, gli chiediamo, lo dimostra anche l’attenzione del cinema e della televisione, che in questi ultimi anni è stata molto forte nei confronti del sud in generale, ma in particolare proprio di Napoli? “Napoli è seconda, dopo il Lazio, per produzioni cinematografiche. È un luogo dove si gira bene, le bellezze sono tante, c’è stata pure una buona organizzazione per mettere a regime quello che poteva essere un miracolo momentaneo e farlo diventare un’industria”.
E tra audiovisivo, ma anche teatro, si muoveranno i prossimi progetti dell’attore: “C’è uno spettacolo teatrale che farò, prima di riprendere Manlinconico da metà dicembre e fino a fine aprile dell’anno successivo, che si chiama Lettera ad Eduardo, una lettera immaginaria che scrivo ad Eduardo. E poi la serie, che ho già girato, che dovrebbe uscire ad ottobre, su Netflix, La Scuola”, diretta da Ivan Silvestrini, che vedrà tra i protagonisti anche Cristiana Capotondi e che è ambientata negli anni ’90, seguendo le storie e il percorso formativo di otto giovani all’Accademia Militare Nunziatella di Napoli.
