Gianfelice Imparato arriva al Teatro Cilea – nell’ambito della stagione “Le maschere e i volti”, promossa dalla Polis Cultura – e per due sere (martedì e mercoledì scorsi) conquista il pubblico nei panni del protagonista de “Il medico dei pazzi”, la celebre commedia di Eduardo Scarpetta, nota a molti anche per la versione cinematografica con Totò. In questo caso, l’adattamento di Leo Muscato, anche regista dello spettacolo, traspone la vicenda in un periodo diverso da quello dei primi del ‘900: la storia si svolge, infatti, tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ’80, dopo l’introduzione delle Legge Basaglia. Uno spostamento nel tempo che rende più contemporanea la vicenda, che vede Felice Sciosciammocca arrivare dalla provincia a Napoli in visita al nipote, che lui crede di aver mantenuto agli studi di Medicina e che ora gestisca una casa di cura per malati psichiatrici: in realtà, il nipote ha solo sperperato i suoi soldi al gioco e, per nascondere la verità, fa credere allo zio che la pensione nella quale vive e i cui ospiti sono un po’ bizzarri sia, in realtà, proprio la casa di cura. Da qui, naturalmente, scaturisce una serie di equivoci esilaranti, che Imparato riesce a portare in scena con talento interpretativo e tempi perfetti, insieme ad un cast di livello, che dà vita ad una serie di divertenti e surreali personaggi, alcuni nuovi o rivisitati rispetto alla versione cinematografica, mentre altri (come quello della figlia del protagonista o della coppia litigiosa) non sono stati riproposti, con intelligenti scelte, che danno una lettura più ritmata e, appunto, moderna. Come ci conferma, in un’intervista, lo stesso protagonista, Gianfelice Imparato.
La versione che porta in scena è trasposta in un periodo differente, dopo l’introduzione della legge Basaglia. Questo rende più vicina, più contemporanea la storia? In che modo Scarpetta è ancora attuale oggi?
“Il tema che tratta Scarpetta è ancora attuale perché il confine tra sanità e follia continua a essere molto labile e la trasposizione che ha fatto Leo Muscato, nel suo adattamento, è interessante, non soltanto perché toglie un po’ di polvere dal testo, ma perchè, spostandolo negli anni a ridosso dell’entrata in vigore della legge Basaglia, rende ancora più credibile che lo zio, per esempio, cada nell’inganno ordito dal nipote, perché dice “i manicomi non ci stanno più”, “non si chiamano più pazzi, si chiamano pazienti”, eccetera eccetera. Facendo questo ripropone anche quel tema, cioè persone un po’ eccentriche che venivano classificate come pazzi e così tutta la classificazione grossolana di tutte le diversità può essere ancora, e lo è, pericolosa”.
Da De Filippo, di cui lei è stato più volte interprete, a Scarpetta: due visioni diverse, ma che restano comunque legate, e il racconto di “Qui rido io” – film di Martone che la vedeva nel cast – ci mostra proprio le tante sfaccettature sia di Scarpetta, ma anche del giovane Eduardo De Filippo. Come ci si accosta a queste due diverse visioni, alle opere di questi due autori e ai loro personaggi? E come si unisce, come nel suo caso, la contemporaneità alla tradizione?
“Ricordiamo che Eduardo De Filippo, che io ho frequentato tanto, è figlio di Scarpetta, e non parlo soltanto del materiale genetico, parlo anche dell’esercizio che il piccolo Eduardo De Filippo veniva messo a svolgere dal padre Scarpetta: perché l’intuito di Scarpetta fu quello di creare i copioni, cioè mettere per iscritto tutte le battute. Una volta, invece, le vecchie compagnie capocomicali creavano lì per lì i repertori, i ruoli canonici erano sempre gli stessi, la fanciulla, l’innamorato, il padre nobile, eccetera, eccetera. Nelle compagnie napoletane si raccontavano il plot, la trama, e poi, ognuno secondo il suo ruolo, interveniva: gli attori erano diretti praticamente dal suggeritore che diceva “esci tu, entra un altro”, eccetera, eccetera. L’intuito di Scarpetta fu quello, appunto, di mettere per iscritto tutte le cose, e, a mano a mano, le invenzioni dei vari attori della compagnia costituivano il copione. Poi si tenevano quelle migliori che erano venute dall’improvvisazione, si eliminavano quelle più fiacche: e allora Eduardo De Filippo ha imparato, con questo esercizio, ad avere il senso musicale della battuta, quella che funziona e quella che non funziona. Infatti la sua scrittura è precisissima, è esatta: con alcuni autori, anche autori importanti, quando si leggono le loro parole si devono adattare alla parola detta, tradurla dalla parola scritta alla parola detta. Invece, in Eduardo de Filippo la musicalità è già su carta. Scarpetta, con questa operazione di creare la scrittura di un’opera, ha fatto una grossa rivoluzione nel teatro napoletano. E anche questa commedia, “Il medico dei pazzi”, come tante altre, era una trasposizione di pochade francesi da cui lui prendeva lo spunto e poi le riportava alle nostre latitudini”.
Sempre restando in tema di interpretazione, lei è anche interprete di serie di successo, dai “Bastardi di Pizzofalcone” a tante altre (penso al personaggio cui ha dato vita in “Imma Tataranni”, solo per citarne uno), al cinema (ha lavorato con i più grandi, da Scola a Monicelli, Bellocchio, Garrone, Sorrentino), e in teatro. Cosa significa riuscire a modulare il talento tra diversi mezzi espressivi?
“I miei maestri in teatro sono stati Eduardo e, principalmente, per più anni, Carlo Cecchi. Mi hanno allenato alla sottrazione, io eliminerei la recitazione, sono per arrivare a trasmettere gli stati d’animo, le emozioni. E questo è molto confacente al mezzo cinematografico, per esempio, dove non c’è bisogno di molto, a volte la pellicola impressiona anche il pensiero – oggi la pellicola non c’è più, c’è il digitale, ma il modo di dire era questo -, se c’è concentrazione, se ci si concentra sullo stato d’animo del personaggio. E questo reputo sia utile anche in teatro, cioè sottrarre e arrivare all’essenza. Se si è concentrati sullo stato emotivo del personaggio, senza fare granché, arriva anche all’ultima fila”.
Anche Carlo Cecchi, appunto, si muoveva in questo senso, tra teatro, cinema e televisione. Non posso non chiederle, a questo proposito, un ricordo dell’attore e regista, scomparso qualche settimana fa e che, come diceva, è stato anche suo maestro.
“La prima volta entrai in compagnia con lui nel 1982. Carlo era un maestro straordinario. Molto esigente. Cercava la stessa assolutezza che raggiungeva, arrivando all’essenza del personaggio, anche nei suoi attori. Quando abbiamo fatto, per esempio, il progetto di “Shakespeare al Teatro Garibaldi” a Palermo, provavamo un’opera più di due mesi, con degli orari assurdi. Però si doveva arrivare a quello.
Carlo è stato un grande maestro. Non dico sottovalutato, perché poi godeva di grande stima tra gli addetti ai lavori, però veniva un po’ snobbato. Perché professava qualcosa di contrario a quello che era l’andamento corrente della recitazione. Lui era assolutamente contro la recitazione. Era perché le cose accadessero. Il suo motto era “hic et nunc”, deve accadere ora e adesso. E su questo coincideva anche con la visione di Eduardo. Le lezioni di Eduardo erano molto più essenziali, di poche parole. Non aveva un grande spirito pedagogico. Stava lì una cosa, se la chiappavi bene, se non riuscivi, indietro. Era anche il suo stile, quello della sottrazione, arrivare all’essenza. Infatti, lui, in modo dispregiativo, quando non stimava un attore, diceva “quello è un attore di specchio”, un attore che si preparava le facce e le espressioni allo specchio, ma non accadeva nulla, era un’espressione vuota”.
Tornando al cinema e alla tv, c’è molta attenzione negli ultimi anni nei confronti dei territori, un ritorno ai territori. Anche lei ha lavorato in serie tv girate a Napoli e oggi c’è molta attenzione in particolare nei confronti del sud. Il territorio non più solo come sfondo, ma come protagonista. Cosa ne pensa?
“Purtroppo la vedo in maniera più pragmatica, nel senso che la visione di un territorio è dovuta all’abilità della Film Commission della regione. Ci sono delle Film Commission che lavorano molto bene, altre un po’ meno bene. Dipende dalla qualità della Film Commission della regione, se si riesce a fare delle cose, ad attirare. Napoli ultimamente è diventato un centro, uno snodo cruciale di tutta la produzione televisiva italiana, perché sono stati bravi, si sono anche sviluppate le maestranze, che non hanno nulla da invidiare più a quelle romane, che una volta erano egemoni. In altre regioni si arranca un po’ di più. Poi Napoli naturalmente è abilissima a distruggere quello che fa, dopo un po’. In questo siamo specialisti, sicché speriamo che duri questa onda positiva di cinema e di tv”.
