Ci sono spettacoli che il tempo non riesce a scalfire, nella loro forza scenica, nella capacità di coinvolgere il pubblico, di modularsi, facendo sì che – come dichiarato dall’autrice Vincenza Costantino – ogni volta sia come vedere uno spettacolo nuovo. È il caso di “Jennu Brigannu”, scritto appunto da Vincenza Costantino e portato in scena da Ernesto Orrico e Manolo Muoio, in occasione dei vent’anni dalla prima: un debutto avvenuto nell’ambito della stagione che SpazioTeatro, all’epoca, organizzava al Politeama Siracusa di Reggio Calabria, e che oggi ritorna proprio a SpazioTeatro – in chiusura del progetto Generazioni 2026, co-finanziato dalla Regione Calabria -, per celebrare questo compleanno speciale.

Un’occasione per riflettere sull’evoluzione di questo spettacolo che, contemporaneamente, diviene quasi un’occasione per osservare come sia cambiato il teatro in Calabria, insieme allo sguardo sugli interpreti che si sono succeduti e su come il testo abbia attraversato modi diversi di rappresentarlo, modifiche e aggiornamenti, ritmi che mutavano, accenti differenti; e anche location, teatri o situazioni che di volta in volta accendevano emozioni differenti. Uno spettacolo può essere anche questo: e il ricordo di questo percorso può essere storia, memoria importante, che va oltre il testo e la performance e coinvolge tutti, pubblico e addetti ai lavori.

E infatti, l’evento di SpazioTeatro non è stato solo una rappresentazione e un incontro, ma proprio una festa, una celebrazione del teatro come momento e luogo in cui ritrovarsi e costruire cultura e, appunto, memoria, e un viaggio nel teatro calabrese, affiancato a quel percorso nella storia della Calabria che “Jennu Brigannu” rappresenta: gli episodi legati al brigantaggio, le storie di queste figure che hanno punteggiato tanti territori della nostra regione, divengono in realtà un modo per cercare di comprendere nel profondo una terra dalle mille sfaccettature, che spesso non si vedono o non si vogliono vedere. La terra in cui le alternative all’emigrazione sembrano già scritte da chi vuole che sia così, divenendo addirittura proverbi (da cui l’autrice ha tratto spunto, oltre che da quanto ci hanno lasciato gli scrittori calabresi, da Alvaro a Padula), ma in cui ci si può ancora chiedere quale sia il futuro di chi parte, cosa ci resta alla fine.

E così “Jennu Brigannu”, con le sue domande aperte, la sua analisi del passato, attraverso i suoi toni ironici e fortemente reali e concreti al tempo stesso, attraverso il suo ritmo incalzante, attraverso le perfette interpretazioni di Manolo Muoio ed Ernesto Orrico, attraverso la ricerca musicale e strumentistica di Paolo Napoli (che, dal 2017, ha aggiunto anche l’uso in scena delle marionette a tavoletta, nel prologo), ci fa fare un viaggio ancora molto attuale.
