Addentrarsi in un tema senza farne narrazione, ma rendendolo visibile, tangibile, nella sua essenza, mediandone i tratti come solo il linguaggio artistico riesce a fare: è il senso del teatro (ancor più che del cinema), della drammaturgia che sfugge la tematizzazione, appunto, per diventare qualcosa che va oltre, che non legge o racconta “semplicemente”, ma che fa diventare ancor più reale l’indicibile, unendo il grottesco, il tragico e la poesia, in un unico percorso. È ciò che dovrebbe fare il teatro, ed è ciò che emerge in “Obitus”, un dramma in cui la parola diventa carne e in cui il testo di Tiziana Bianca Calabrò ed Eleonora Scrivo (tratto da “La cura provvisoria dei tratti fragili”, edito da Città del Sole Edizioni), – una scrittura forte e capace di spaziare tra toni e, con la stessa forza, sintetizzare dolore e sarcasmo, realtà e speranza – diventa naturalmente teatro, attraverso la scena e l’interpretazione. L’attenta e profonda lettura che il regista Basilio Musolino dà della parola, infatti, insieme al lavoro di straordinaria intensità realizzato da Renata Falcone, ne materializza i contorni, la incarna, appunto. Perché l’attrice prende su di sé la parola e riesce a trasferire sul palcoscenico – con un’operazione sicuramente frutto di un percorso attoriale complesso e impegnativo – la prospettiva differente con cui le autrici affrontano la storia di violenza domestica, di un femminicidio, di una crudeltà irrappresentabile. Così, a parlare è il corpo, visivamente e anche con la memoria delle sue parti, che si fanno interpreti delle azioni, dei sentimenti, del dolore che hanno dovuto sopportare: quel corpo che è attrazione prima e subito dopo oggetto di sopraffazione e di manifestazione di potere, di annientamento di sogni. Un corpo, una testa, ma ciò che c’è dentro sembra non importare: un oggetto, appunto, un’immagine, quella in cui la protagonista non può riflettersi, quella delle foto che non sa scegliere, perché la sua anima è nascosta. E quando vuole emergere, il riconoscimento degli altri diviene la scusa dietro cui nascondere la crudeltà.

Il corpo, dunque, si fa linguaggio scenico e delinea, con sapienza di gesti, il passaggio repentino alla violenza più feroce: resta fermo, bloccato o esanime in terra; si sporge in cerca di fuga o è privo di forze. E si muove in una scena punteggiata da piccoli pouff o divanetti, che la protagonista Vittoria sposta incessantemente, riperimetrando, di volta in volta, non solo l’ideale luogo degli eventi, ma proprio la vita stessa, muovendosi tra l’apparente agiatezza e l’angoscia. Costruzione accurata, interpretazione, musica (di Antonio Aprile), scrittura, che diventano una cosa sola: non rappresentazione, ma strumento per calarsi appieno in una storia, attraverso l’arte.

La compagnia teatrale “Ucrìu”, ancora una volta, centra l’obiettivo, proponendo questo lavoro al Cineteatro Metropolitano di Reggio Calabria, che ha registrato il sold out: una platea che ha accolto con partecipazione, ascolto e attenzione quest’opera, alla cui realizzazione ha contribuito anche il tutoraggio artistico di Tino Caspanello e di Giuseppe Muscarello e il sostegno di Dracma Teatro. E adesso si guarda ai prossimi appuntamenti, primo tra tutti quello di maggio, con il debutto del nuovo testo di Tiziana Bianca Calabrò, “Su questa porca terra”, che ha appena conquistato un importante premio, risultando vincitore per l’Italia della decima edizione del “Festival Internacional de La Escritura de Las Diferencias”.
