Assistere a uno spettacolo scritto da Saverio La Ruina costituisce sempre un evento atteso con interesse e curiosità, che riunisce chi ama il teatro, spontaneamente, come nella certezza che ciò che si andrà a vedere non scivolerà via dopo l’ultima scena, ma avrà sicuramente la capacità di parlarci, anche nel tempo. E il festival “Balenando in Burrasca” (diretto da Katia Colica e Antonio Aprile) ha creato nuovamente questo evento e questa atmosfera di attesa, ospitando, nell’arena del Lungomare di Pellaro (Reggio Calabria), il nuovo spettacolo scritto e diretto da La Ruina e che lo vede interprete insieme a Dario De Luca e Cecilia Foti: “KR70M16 – Naufrago senza nome”. Una sigla dietro cui si cela un adolescente, migrante, una storia tragica e la richiesta – che rimanda al Mito – di essere identificato con il proprio nome, Karamu, ora che ha perso la vita.

Accanto a questo ragazzino africano in cerca di un diritto ad essere riconosciuto – anche nel proprio dolore -, un’altra anima, vittima della Shoa, chiamata dal misterioso custode del cimitero ad aiutare il giovane a superare il trauma del naufragio, che non gli consente nemmeno di piangere. Un incontro di dolori, di esperienze indicibili, una necessità comune di essere ricordati: uno scontro, anche, tra pregiudizi da superare, barriere da far cadere, persone – e anime – da scoprire nella loro essenza.

Il reale che si dipana attraverso il surreale, nel testo e nello stile che non urla il dolore, ma lo fa emergere senza retorica, punteggiandolo con una sottile ironia che caratterizza in particolare il custode, interpretato da Dario De Luca, ancora una volta capace di passare, con maestria e naturalezza, da un tono all’altro, delineando un personaggio quasi sospeso tra due mondi. Ed è lo stesso custode a comporre la scena, in cui i tre blocchi che all’inizio simboleggiano le lapidi diventano, di volta in volta, elementi scenici che vengono spostati e “disegnati” per trasformarsi in altro (da un lettino da psicanalista a una poltrona), attraverso fogli/lavagne magnetiche che il personaggio utilizza anche per evocare altri oggetti o situazioni (come la poetica soluzione di stilizzare delle stelle per dare la sensazione del passaggio dal giorno alla notte), con illustrazioni realizzate, così come il disegno luci, dallo stesso De Luca.

È l’idea scenica – questa dei movimenti dei blocchi e dei disegni cancellabili su un bianco candido che caratterizza l’intero palco – a tradurre lo stile del racconto, l’atmosfera surreale e, nello stesso tempo, segnare il ritmo. A caratterizzare la narrazione e la drammaturgia che si fa, appunto, scena. Insieme, naturalmente, alle interpretazioni: oltre al già citato De Luca, Saverio La Ruina, che tratteggia – con la consueta cura dei dettagli, i movimenti delle mani, lo sguardo, la postura, nella costruzione di un ruolo complesso – un uomo in apparenza distaccato, chiuso, che si accosta con reticenza e diffidenza al giovane naufrago. Un personaggio, quest’ultimo, cui dà anima – e la commozione finale dell’interprete ne è ulteriore prova – Cecilia Foti. Una figura che pian piano sembra uscire dall’adolescenza, da cui il trauma del naufragio l’ha allontanata per sempre, facendo entrare lo spettatore in quel dramma, con piccole frasi che disegnano mondi, sofferenze, speranze. Per giungere, poi, al poetico finale, che dall’”immaginazione realistica” della narrazione sfocia in una lenta ed evocativa danza. Un percorso del personaggio che l’attrice accompagna nella sua evoluzione – anche attraverso una poliedricità artistica che questo spettacolo dà modo di evidenziare ulteriormente -, in un crescendo emotivo che dall’interprete si trasferisce alla platea.

