Moni Ovadia e Mario Incudine riprendono, a 11 anni di distanza, quel capolavoro di innovazione e stile che è stata la versione de “Le supplici” di Eschilo, andata in scena a Siracusa. E sul palco di Catonateatro si materializza quell’atmosfera propria del Teatro greco, attraverso un’opera millenaria ed una versione contemporanea in siciliano, con parti in greco moderno e arabo, che la rende ancora più vicina al Mediterraneo e all’incontro tra culture che quest’area rappresenta. La terra di Magna Grecia non può che accogliere, dunque, con grande entusiasmo la versione con la quale Ovadia e Incudine, autori (insieme a Kaballà) e registi, riportano ancora una volta questo testo nella sua universalità. “Le supplici” diventa così un monito senza tempo, una ricerca di accoglienza, di giustizia, di dignità, di integrazione, e di democrazia e libertà: due parole, queste ultime, che durante lo spettacolo vengono più volte evocate.

I temi, importantissimi e quanto mai attuali, trovano una traduzione soprattutto in uno stile – come si diceva – contemporaneo, che però si riallaccia alla tradizione: innanzitutto, nella scelta di farne una opera interamente cantata, quindi riportando la tragedia alle sue radici; ma, nello stesso tempo, dandole un ritmo nuovo e una possibilità di raggiungere lo spettatore, forse anche con una maggiore intensità e un maggiore coinvolgimento. E poi la scelta di farne anche una sorta di “cunto”, con Mario Incudine che indossa i panni di un cantastorie (che cela il vero volto di Eschilo) che, all’inizio, e poi al centro dello spettacolo e alla fine, raccorda i fili della storia e, con un testo in ottava rima, appunto in dialetto siciliano, unisce gli echi del racconto del sud alla tradizione del teatro antico, e quella lingua greca, che risuona anche attraverso l’idioma moderno, che viene usato più volte da Moni Ovadia nei panni di Pelasgo, re di Argo. E, in questo caso, al di là della comprensione totale delle parole, è semplicemente il suono, l’intonazione, l’interpretazione, a fare entrare il pubblico nella storia, nelle emozioni che la musica – in una creazione che ancora una volta Mario Incudine rende particolarissima, affascinante e ricca di quei suoni antichi che si raccordano con varie culture – sottolinea con sempre maggiore forza.

Accanto a questi elementi, e insieme ad essi, le danze che riportano ai ritmi tribali, e i costumi: tutto si unisce alla perfezione per rendere quell’atmosfera che i due registi e autori hanno inteso riportare in vita 11 anni dopo. E lo fanno sia con la stessa intensità, che con la stessa capacità di coinvolgimento: poche le variazioni, pur nell’adattamento necessario per proporlo in contesti diversi (come la riduzione del coro o il cambio di alcuni elementi scenici), ma ancor più rilevanza alla parte musicale, senza nulla togliere all’emozione resa dalla prima versione.

Il palco di Catonateatro offre una scena adattissima a questa riproposizione, che si avvale di interpreti perfettamente in parte. Moni Ovadia veste ancora i panni, come si diceva, del re di Argo, così come Mario Incudine quelli del cantastorie, mentre cambia il resto del cast: nel ruolo della prima Corifea, una intensa e poliedrica Federica Luna Vincenti – che si cala con profondità nel personaggio, dandole una lettura forte e ben calibrata -, attorniata da un coro di livello e da – nel ruolo del padre Danao – Paride Benassai che, insieme all’interprete dell’Araldo degli Egizi, Giovanni Calcagno, rappresentano al meglio quella grande tradizione teatrale siciliana, che nel tempo ha sfornato grandi talenti in grado di muoversi con versatilità sia sulle tavole del palcoscenico, che in televisione o al cinema. Una compagine che, benché il nuovo allestimento abbia debuttato solo da qualche settimana, mostra una grande sinergia e una forza interpretativa che dà ancora più valore a questa riedizione.
