Un confronto ampio, sfaccettato e importante, soprattutto in questo momento particolare che il cinema e l’audiovisivo sta affrontando, anche a livello internazionale: è quello che si è snodato nella tre giorni dell’Audio-Visual Producers Summit 2024 – l’incontro annuale realizzato come format Apa, l’associazione produttori audiovisivi italiani e organizzato da Cinecittà per la Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura – che quest’anno ha scelto Reggio Calabria come sede. Sotto lo sguardo dei Bronzi di Riace, nella prima giornata ospitata al Museo Archeologico Nazionale, e nei giorni successivi in riva allo Stretto, a Santa Trada, addetti ai lavori, rappresentanti dei maggiori network e delle più importanti case di produzione del settore audiovisivo provenienti da tutto il mondo, hanno affrontato tematiche che vanno dall’intelligenza artificiale alle co-produzioni, alla questione dei finanziamenti, allo storytelling.
E proprio in questa direzione, l’argomento del rapporto tra cinema, tv e territorio non può che essere presente. Anche come elemento collaterale agli incontri – sebbene il momento istituzionale iniziale si sia concentrato proprio su questo aspetto – o stimolato da domande. Il tema, infatti, è al centro da anni della ricerca che ha interessato sia sudsigira.it che culturalife.it: dunque, non potevamo non soffermarci, con alcuni dei protagonisti di queste giornate, proprio sulla rinnovata sinergia tra audiovisivo e territori, e sul futuro di questo connubio.
A partire dalla direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati, che, alla nostra domanda sul tema, afferma: “Rai Fiction ha come una delle condizioni di tematiche, narrativa – è anche quasi un pilota per noi – rappresentare l’Italia nella sua completezza, quasi mappandola tutta. Per noi, oltre le storie e i personaggi, i territori sono fondamentali. Sono fondamentali i paesaggi, anche le piccole porzioni di territorio, riuscire ad entrare in armonia, empatia con le singole geografie italiane. Attualmente stiamo girando “Sandokan” in Calabria, adesso siamo a Lamezia Terme. Per noi è fonte di piacere e di vanto riuscire a capire che anche alcuni territori e alcune geografie riescono ad essere anche geografie esotiche. Il nostro punto di forza è quello di rappresentare l’Italia e di rappresentare i luoghi belli, che sono tanti”. Dunque, una visione glocal? “E’ una visione local che diventa glocal, è una visione molto legata anche ai singoli pezzi del territorio; l’Italia è talmente bella, talmente ricca, talmente importante, dal punto di vista anche culturale, artistico, paesaggistico, che quel local diventa glocal. La nostre serie sono sempre più a vocazione internazionale, questa è una grande forza, è un grande vantaggio per il servizio pubblico, per la Rai”.
E guardando al futuro, si lascia sfuggire un’anticipazione, anche se non può aggiungere di più, “perchè siamo ancora in una fase germinale: stiamo studiando una serie, che sarà girata probabilmente in Calabria il prossimo anno, e che nascerà proprio nel contesto calabrese”; per saperne di cosa si tratta nei dettagli occorrerà, dunque, aspettare una decina di mesi, “quando avremo definito con il produttore tutte le caratteristiche della storia”.
Dal local al glocal: un concetto su cui ci siamo spesso soffermati, che abbiamo spesso sottolineato, per definire il ritorno al racconto che parte dalla provincia, come metafora del Paese, per diventare metafora universale e, dunque, divenire internazionale. A sottolinearlo anche il presidente dell’Apa, Marco Follini, parlando, in particolare, del ruolo del sud in questa rinnovata attenzione delle produzioni nei confronti del meridione: “tutte le regioni del Mezzogiorno hanno contribuito a raccontare delle storie, hanno fatto da volano all’industria turistica e hanno consentito di riscoprire parti d’Italia che erano un po’ trascurate, un po’ abbandonate, e che trovano la loro centralità anche attraverso la creatività, che sembra immaginaria, ma che ha molto a che vedere con la realtà. C’è un effetto collaterale, c’è una ricaduta sui territori, c’è contemporaneamente una dimensione quasi onirica che guarda al mondo ed è largamente delocalizzata, quindi, è quello che si dice oggi il glocal, qualcosa che ha a che vedere contemporaneamente con i luoghi e con l’immaginazione che attraversa tutte le frontiere”.

E una delle produzioni che ha avuto, in questi anni, molta attenzione nei confronti del rapporto tra serie tv e territori è la Lux Vide, come sottolinea la co-fondatrice e presidente onorario Matilde Bernabei: “da sempre abbiamo reso iconiche alcune zone d’Italia, a partire dall’Umbria, le Marche, l’Alto Adige prima e poi il Veneto con “Un passo dal cielo” , Milano con “Doc”, Genova, la Liguria con “Blanca” e adesso con “Sandokan” stiamo girando in Calabria: un grande progetto internazionale che parte con Rai e che poi sarà in tanti Paesi del mondo”. Dunque, il rapporto con il territorio per Lux è sempre stato un obiettivo centrale, anche nell’ottica glocal? “Sì, certo, è sempre stato far conoscere i più bei posti d’italia, cercare di lavorare in maniera che tutto ciò potesse andare in giro per il mondo”. E, aggiungiamo, anche con la ricerca di nuovi linguaggi, come con “Doc”: “con “Doc”, e con “Blanca” – precisa ancora -, con “Odio il Natale” girato a Chioggia…Di tutto, di più”.
