Il cinema come dimora, il rapporto tra audiovisivo e territorio analizzato in maniera compiuta, sfaccettata, ricca di rimandi ai luoghi, alla loro storia; la valorizzazione del cinema italiano d’autore indipendente e del patrimonio artistico e architettonico; il tutto attraversato anche dallo sguardo femminile, quello di registe che, negli ultimi anni, hanno saputo utilizzare il territorio in chiave narrativa, poetica e realistica insieme, facendone nuovo linguaggio. Ancora una volta il progetto “Fuori Campo”, curato da Rete Cinema Calabria, è riuscito a porre l’attenzione su una tematica che sta diventando sempre più preponderante nel nostro cinema, quel rapporto con il territorio che si lega all’innovazione narrativa, appunto, ma anche di linguaggio. Un unicum, possiamo dire, nella nostra regione, questa rassegna che, giunta alla quinta edizione, quest’anno ha visto come filo conduttore il tema del cinema come dimora, ambientando gli eventi in magnifici palazzi storici calabresi, tra la provincia di Cosenza e quella di Catanzaro (Palazzo Grisolia a Cosenza, Villa Cefaly Pandolphi ad Acconia di Curinga e Palazzo Cybo Malaspina ad Aiello Calabro): un cinema che dai luoghi trae linfa per poter esprimere emozioni, poter guardare anche ai territori, ai paesaggi, all’architettura, alla storia, come fonte di linguaggio e di una cinematografia sempre in divenire, aperta alla ricerca del nuovo e a visioni inedite.
Una cinematografia incarnata nell’opera delle registe al centro degli incontri promossi da “Fuori Campo”: come Antonietta De Lillo, ospite del primo appuntamento della rassegna (Elettra Bisogno e Cristina Mantis le altre due protagoniste dell’iniziativa) e autrice de “L’occhio della gallina”, quasi un autoritratto che pone uno sguardo, in realtà, su temi più ampi, personali ma che diventano universali, e sulla forza nel tramutare le difficoltà in reazione, traendo linfa proprio dalle passioni, dall’amore per il proprio lavoro e per l’arte. Un’arte, quella della De Lillo, che ha guardato anche al rapporto con il territorio, specialmente ne “Il resto di niente”, ma pure nella sua produzione documentaristica, traendo ispirazione dai luoghi, perchè anche per la regista napoletana – come lei stessa ha rimarcato durante il suo interessante intervento nel corso dell’incontro – il territorio è linguaggio.

Una conversazione ampia e sfaccettata, dunque, che ha spaziato tra i temi, appunto, del rapporto tra cinema e territorio, e quelli riguardanti la cinematografia in senso complessivo, il fare arte, lo sguardo femminile. E il sud, divenuto sempre più fonte di racconto per il cinema e linguaggio esso stesso.

Concetto rilevato anche da Cristina Mantis, che nel suo “Kalavrìa” ha offerto una visione tra il reale e l’onirico, tra il mito di un novello Ulisse e la contemporaneità di una regione, che racconta con uno sguardo innovativo, nelle sue sfaccettature, nei suoi tratti anche inediti, muovendosi appunto tra storia e sguardo attuale. Un cinema che cerca di andare in profondità, di mettere in luce temi come l’accoglienza, il restare e il partire come facce di una stessa medaglia, la lingua dei padri e gli echi di un passato glorioso, di una cultura magnogreca che sono ovunque, intrecciandosi con altre culture, altri mondi che qui trovano segni delle loro terre, legami inscindibili. “Kalavrìa” è un racconto stratificato, che si raccorda perfettamente all’idea di rapporto tra cinema e territorio, e tra arte e realtà: a spiegarlo, durante la serata conclusiva dell’iniziativa, è stata sia la regista, con un messaggio in cui ha sintetizzato temi e motivazioni della sua opera, sia la produttrice e attrice Agnese Ricchi, che si è soffermata sui diversi aspetti posti in luce dal film, sulla sua realizzazione, sulla sinergia tra cinema e luoghi, che in questo film emerge con evidenza. E che “Fuori Campo”, da cinque stagioni, continua a sottolineare, con incontri che uniscono l’approfondimento cinematografico ai percorsi architettonici e archeologici, facendo scoprire connessioni, storie, culture e sguardi.
