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“Zero”: la nuova serie Netflix tra linguaggio innovativo, fantasy, musica e contemporaneità

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zero_101_social_00103rUna serie innovativa, che riesce a ritrarre la contemporaneità, a raccontare i giovani con naturalezza e verità, senza distanza o stereotipi, e con un effetto speciale che non serve a colpire l’immaginario, ma sembra materializzare le favole e la realtà nello stesso tempo: l’invisibilità, metafora e superpotere. Si pone come una sicura novità, per linguaggio, ambientazione e per una colonna sonora che più contemporanea non si può, la nuova serie Netflix (prodotta da Fabula Pictures con la partecipazione di Red Joint Film), “Zero”, disponibile dal 21 aprile in 190 Paesi.

“Penso che la serie racconti la normalità. Il vero cambiamento sarà quando sarà normale una serie come questa, quando parleremo delle cose di cui racconta, dei personaggi. La vittoria vera sarà se tra una settimana si parlerà delle storie”. Così Antonio Dikele Distefano, parla della serie – creata da Menotti - che ha ideato e di cui è autore (insieme a Stefano Voltaggio, Massimo Vavassori, Lisandro Monaco, Carolina Cavalli), liberamente tratta dal suo romanzo “Non ho mai avuto la mia età”. Ed è un auspicio che è già realtà nel vedere gli episodi: la normalità di un racconto del presente, dell’oggi, dei giovani e della loro vita, del loro quartiere da salvare, dei contrasti con i genitori, delle aspirazioni e dei sogni. La multiculturalità è nel racconto, non come un elemento a sè stante, ma come realtà in sè. Lo stile, il linguaggio cinematografico innovativo per una serie, l’utilizzo del fumetto (e del fantasy) come strumento narrativo, le musiche, la visione della periferia come luogo identitario da tutelare, sono gli elementi che evidenziano un modo di narrare, televisivamente parlando, nuovo, ma soprattutto reale. Storie che rappresentano tutti i giovani: “la cosa che ci accomuna – aggiunge l’autore, nel corso della conferenza stampa – non è il colore della pelle, ma le emozioni”. “Penso che Zero – afferma il protagonista, Giuseppe Dave Seke – sia una grandissima opportunità per tutti, che può veramente dare spazio a storie che devono essere raccontate”. Ed evidenziano questo aspetto anche gli altri giovanissimi attori: “penso che sia fondamentale avere una letteratura cinematografica di questa normalità – afferma, tra gli altri, l’interprete di Sharif, Haroun Fall – Questo vuole essere l’inizio di una rappresentanza. E’ il primo progetto in cui viene descritto un contesto normale, con persone e personaggi di seconda generazione”.

Le storie e le emozioni protagoniste della serie: Zero è il soprannome di un ragazzo timido, rider che consegna pizze e che ha il dono di saper disegnare, ma anche con uno straordinario superpotere, diventare invisibile. E userà questo potere quando scoprirà che il quartiere nel quale vive, il Barrio, periferia di Milano, è in pericolo: lo farà insieme ad un gruppo di nuovi amici, Sharif, Inno, Momo e Sara, con i quali vivrà questa avventura, durante la quale, forse, scoprirà anche l’amore.  Il gruppo è un altro elemento chiave, l’amicizia è uno dei punti fondamentali del racconto; così come, si diceva, il modo in cui è raccontata la periferia: tra l’altro, anche la bicicletta con cui si muove il protagonista è – dichiara l’autore – “un collante tra periferia e centro”, due mondi fotografati – grazie anche al tocco di Daniele Ciprì – in maniera sicuramente inedita.

zero_105_social_00025rMa la forza di questa serie è anche quella delle interpretazioni dei giovani attori, alcuni con esperienze alle spalle, altri al debutto, come il protagonista, che in realtà sembra un veterano della scena, bucando il video: per Giuseppe Dave Seke l’arrivo sul set è stato quasi una favola, nata per caso, rispondendo senza molta convinzione al post con cui l’autore, su Instagram, lanciava la call per i protagonisti. Ma la sua interpretazione è invece molto convincente, così come quelle dell’intero cast: oltre ad Haroun Fall, Beatrice Grann (Anna), Richard Dylan Magon (Momo), Daniela Scattolin (Sara), Madior Fall (Inno), Virginia Diop (Awa).

Protagonisti di storie narrate tra toni comedy che si uniscono a quelli più drammatici: il linguaggio che mescola tocchi fantasy (si nota la mano, tra i registi – Ivan Silvestrini, Mohamed Hossameldin, Margherita Ferri – di Paola Randi, già autrice di un piccolo gioiellino tra emozioni e mondi fantastici come “Tito e gli alieni”) a quelli più realistici, seguendo lo slang dei giovani ma senza che risulti finto, è forse il dato che funziona meglio. Funzionano meno (senza, comunque, intaccare la forza e l’innovazione di questa produzione), invece, una certa fretta negli snodi narrativi, passaggi di sceneggiatura che avrebbero meritato forse un più ampio respiro per dare spazio allo sviluppo di tutte le storie e non giovano a questo scopo alcuni stacchi del montaggio, mentre molto indovinato è il formato dei singoli episodi, di circa 20 minuti, che serve a dare il giusto ritmo. E, a proposito di ritmo, l’altro elemento caratterizzante la serie è la musica: da Mahmood, il cui inedito, dal titolo “Zero”, accompagna il trailer e chiude la serie (l’artista è anche music supervisor dell’ultimo episodio), a Marracash, con “64 barre di Paura”, da Emis Killa a Coez, a Madame, solo per citarne alcuni: contemporaneità e racconto dei giovani che non può prescindere dalla musica.

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