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Un Carnevale tra storia e memoria

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foto museLe Muse ed il Carnevale reggino non dimenticando le nostre tradizioni culinarie. Serata ricca di storia e memoria, quella che si è tenuta presso la sala d’arte di via San Giuseppe, il giorno di  martedi grasso.

Un appuntamento collegato alla cultura calabrese, per raccontare il Carnevale di un tempo -  ha ricordato Giuseppe Livoti, presidente Muse, in apertura di serata, presentando un noto conoscitore della storia e delle memorie della città di Reggio Calabria, il preside Enzo Zolea.

Reggio, – dice Livoti – non vanta un Carnevale tipico come Viareggio, Ivrea, Putignano, Sciacca o Acireale ma, solo brevi momenti localistici; eppure esisterebbero le giuste maestranze e le strutture per poterlo fare, occorrerebbe solo coinvolgere i creativi sull’esempio di Misterbianco, dove ogni cittadino collabora, costruendosi un costume-scultura a tema, ideato da una commissione di stilisti e sarti.

Zolea ha dialogato con il pubblico delle Muse, il Laboratorio delle Arti e delle Lettere reggino, incantandolo con storie e racconti attinenti a questo periodo dell’anno. Il preside, ha  ricordato i Carri che tanto animavano il Corso Garibaldi. La caratteristica era il loro titolo, spesso estrapolato dalla satira di poeti come lo scrittore Ciccio Errigo, ed ancora la passione con cui la Commissione per il Carnevale, lavorava per mesi e mesi per definire scenografie, colori, luci. Maestranze tutte insieme, in sinergia, per carri che volevano o denunciare o ridicolizzare la città. Il lido comunale, la Fata Morgana, l’atteggiamento dei reggini nella vita quotidiana: queste alcune tematiche che hanno creato curiosità nella conversazione, poiché accompagnate da versi in vernacolo reggino.

Parliamo di tempi non tanto lontani a noi, dice Zolea, ma dovremmo forse ricordare il nostro personaggio per eccellenza, Giangurgolo.

Una maschera questa, che la città di Napoli arbitrariamente definisce anche propria, poichè era utile alla stesura dei testi nella Commedia dell’Arte. Furono probabilmente i borboni a creare questa confusione, poiché Napoli città importantissima del Sud, cercava di assorbire anche culture regionali, rendendole proprie. Personaggio goffo, quasi ridicolo, Giangurgolo, era un protagonista che amava parlare, non definendo mai niente, col suo tipico abito che si rifà al periodo spagnolo, ma con una novità, un cappello che emulava il brigantaggio. Insomma un personaggio buono si, ma uomo di beffa e beffeggiatore, proprio di “zanno”.

Momenti d’arte invece con la presentazione delle maschere di Nunzia Gimondo, che ha realizzato un serie di composizioni attinenti le 4 stagioni. Maschere animate dal mare reggino, da foglie o ancora dal nostro sole, tutte realizzate con la scelta di materiali poveri, con la tecnica del ready-made ma di grande effetto.

La natura, dice il presidente Livoti, anche nella “convenzione illusoria della maschera” può vivere ed animare personaggi che tra storia e leggenda, riassumono i territori. La Gimondo ha fatto proprio questo, immaginando e creando installazioni visive.

Una gara come ogni anno, quella del Premio Mattarello d’Oro, gara culinaria tra le ricette recuperate ed ideate dalla nostra Reggio, ha caratterizzato un altro momento della serata. Una giuria di assaggio capitanata dallo storico Zolea-presidente, il maestro Enza Cuzzola, l’artista Nunzia Gimondo, Francesco Ventura- giornalista, Adele Canale – vice presidente Muse, ha scelto e premiato le migliori pietanze considerandone diversi fattori quali il gusto, la presentazione e l’utilizzazione di prodotti del sud. Vincono per questa edizione Adele Leanza, Maria Alampi, Anna Ferrara, Rossella Marra, Giulia Martorano per avere cucinato dolci con mandorle, uvetta, liquori al limoncello ed agrumi di Calabria,  gusti semplici, ma tradizionali.

Per la migliore maschera per questa edizione, oltre cento partecipanti con abiti quasi tutti non di tipologia storica, ma di grande versatilità creativa. Look originali che hanno portato la signora Maria Tortora ad immaginare una fashion stylist dove gli oggetti del mestiere diventano richiami decorativi, ed ancora Luciana Ruggeri che si rifà all’artista messicana Frida Kahlo ed infine, Rossana Rossomando che ha personificato un fiore delicato come la mimosa.

Una serata infine, conclusa con la tradizione anche in musica, raccontata con i brani di Rugantino,  Pulcinella, approdando alla tarantella calabrese, con Luigi Barberio.

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