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“Roccu ‘u stortu”, successo di Fulvio Cauteruccio a SpazioTeatro

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L’attesa è durata 11 anni, ma alla fine anche Reggio Calabria ha potuto apprezzare uno degli spettacoli teatrali più intensi degli ultimi decenni. Realizzato, tra l’altro, proprio da un calabrese, un attore e regista che, da solo e insieme al fratello Giancarlo, ha contribuito a costruire un pezzo importante del teatro contemporaneo. Parliamo di Fulvio Cauteruccio, che, con “Rocco ‘u stortu”, andato in scena nell’ambito della “bella stagione” di SpazioTeatro, ha affascinato, commosso, colpito il pubblico reggino, grazie al suo storico personaggio, a quel racconto che è ormai diventato quasi un classico.

Un racconto  – scritto da altro nome importante del panorama teatrale, Francesco Suriano – che viene tradotto in scena dallo stesso Cauteruccio attraverso l’utilizzo di tecnica, scelte sceniche che intersecano la ricerca visiva, l’uso delle immagini, l’incrocio di momenti di racconto filmati, i cromatismi, l’interazione con il pubblico, il gusto per un impatto visivo che non cerca l’effetto, ma la narrazione che esalta il gesto e l’emozione.

Cauteruccio regista esalta, grazie anche a tutto questo, il Cauteruccio attore: ironico, drammatico, intenso, alterna con facilità i tanti volti, gli aspetti differenti di un personaggio che da contadino si arruola nella brigata Catanzaro e va al fronte durante la Prima Guerra Mondiale, nella speranza di potere avere una terra propria ed un futuro diverso. C’è lo sbruffone, quello che non ha paura, che sembra il più furbo; ma che poi diventa il più ferito, alla luce delle atrocità della guerra, che non pensava di dover affrontare. C’è lo storico distaccato, che racconta, in un italiano perfetto, quel periodo, quegli avvenimenti. E c’è Rocco u stortu, che fa anche ridere, di un sorriso amaro, con quel suo passare da un tono all’altro, utilizzando il dialetto cosentino con tutta la musicalità e la duttilità che gli appartengono; Rocco che parla del suo amico, “stortu” anch’egli, perché morto tanti anni prima, ma nessuno gli ha concesso di morire. La morte davanti agli orrori, quella interiore.

Una grande intensità drammaturgica che Cauteruccio rende in scena, coinvolgendo lo spettatore con qualcosa in più di un “semplice” teatro di narrazione, ma costruendo – attraverso la già citata tecnica, i dettagli, le immagini e soprattutto la grande espressività – un personaggio ed uno spettacolo che, 11 anni dopo, non perde la sua forza.

 

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