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Mimmo Gangemi: “Il giudice meschino”, dal libro alla fiction

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mimmogangemiC’è grande attesa (e non potrebbe essere altrimenti) per la prossima fiction Rai interpretata da Luca Zingaretti: l’attore, amatissimo nel ruolo del Commissario Montalbano, cambia set e personaggio per diventare Alberto Lenzi, protagonista de “Il giudice meschino”, in onda il 3 e 4 marzo su Raiuno. La fiction – diretta da Carlo Carlei e che vede tra gli sceneggiatori anche un altro grande nome come quello di Giancarlo De Cataldo – è, dunque, molto attesa proprio per ammirare Zingaretti nella sua versatilità; per la presenza accanto a lui, a distanza di tanti anni da “Cefalonia”, della moglie, Luisa Ranieri; ma anche per il fatto di essere stata girata quasi interamente a Reggio Calabria, diventata un set a cielo aperto durante la scorsa estate. E naturalmente per un altro aspetto importante, la derivazione letteraria, ovvero l’omonimo libro di Mimmo Gangemi, autore di successo – anche con altri volumi, come “La signora di Ellis Island” – il quale ci parla della miniserie tratta proprio dal suo romanzo.

 

Lei ha seguito da vicino la lavorazione della fiction: quali emozioni ha provato nel vedere trasposte le parole del suo libro in immagini? Ed il suo personaggio principale interpretato da Luca Zingaretti?

Orgoglio e soddisfazione. Mai lo avrei immaginato. Certo, il primo impatto é stato da choc, ci ho messo un po’ per interiorizzare che la tecnica per immagini ha esigenze diverse dalla scrittura, che ciò che io descrivo con più pagine viene sbrigato con il flash di un attimo. Entrato nel meccanismo, ho solo apprezzato. Poi, veder interpretato il mio Lenzi da Zingaretti è stato motivo di grande soddisfazione. Sa adattarsi ai ruoli, è passato con assoluta padronanza da Montalbano al giudice meschino. Grande la regia del calabrese Carlo Carlei, mi ha entusiasmato.

Una fiction interamente ambientata nella sua Calabria: un’altra emozione che si aggiunge? E cosa pensa dell’immagine che il cinema e la tv danno in genere del nostro territorio?

Normale che la fiction venisse girata nei luoghi dov’è ambientata. Ed è bello pensare che è un’occasione per
valorizzare questa terra fatta conoscere per le nefandezze,
esagerandole, e non per la strabiliante bellezza della natura, per la storia e le sue testimonianze, per la cultura. È un’occasione per promuovere Reggio e la provincia, per assecondare la vocazione naturale di questa terra, che è il turismo. Onore al merito al governatore Scopelliti che ha creduto al progetto e lo ha subito sponsorizzato.

Crede che, anche grazie alla realizzazione di prodotti audiovisivi tratti da opere letterarie, negli ultimi anni sia cambiato il modo in cui cinema e tv  stanno guardando al sud? E questa rinnovata attenzione nei confronti del sud, a
suo parere, può contribuire ad uno sviluppo del territorio che parta, appunto, dalla cultura?

In generale, si guarda a questa terra con il pregiudizio, con una nebbia davanti agli occhi. Anche le televisioni hanno contribuito a creare attorno alla Calabria tinte ben più fosche di quelle che ha e che merita. Raccontare la Calabria per come è realmente, con difetti e pregi, senza mascherarsi è come mettersi davanti a uno specchio che non inganna e riconoscere il degrado a cui si è giunti, e io considero questo il primo passo da cui ricominciare per ricostruirsi migliori. Io ho scelto di vivere qui i miei giorni perché ho messo sui piatti della bilancia da un lato le negatività, su tutte il bubbone della ‘ndrangheta, e sull’altro i tanti valori umani che qui resistono e che altrove sono in via di estinzione o già estinti, e il piatto è sceso da quest’ultimo lato.

Tornando alla fiction, Luca Zingaretti, nel presentarla, ha sottolineato il fatto che sia la prima serie in cui si
parla di rifiuti tossici: un altro aspetto importante, dunque..

Un aspetto importante, e inquietante, perché in questi giorni sembrano trovare conferma le dichiarazioni del pentito Fonti riguardo il sotterramento di scorie radioattive in Aspromonte, per un patto scellerato tra ‘ndrangheta e parti deviate dello Stato. Nella galleria della Limina, infatti, si è riscontrata una forte radioattività. E di questo si dovrebbe ringraziare gente che si riempie la bocca con la parola “onore”. Dov’è l’onore di questi presunti uomini d’onore che seppelliscono la morte là dove vivono con le loro famiglie?

La serie è però anche incentrata sul percorso personale del protagonista, che si riappropria delle sue motivazioni: è questo il tratto distintivo di questa serie?

Lenzi è un magistrato demotivato che ha bisogno di
sollecitazioni emozionali per ritrovare la voglia della professione e dell’efficienza. Ha tratti caratteriali di indolenza, gli occorre sempre qualcosa che lo scuota per tirarsi fuori dal letargo. È così e basta, mi è spuntato con queste caratteristiche dalla penna.

Cosa si aspetta dalla messa in onda? Cosa le piacerebbe che il pubblico apprezzasse maggiormente?

Mi piacerebbe che fosse vista come un’opera di denuncia, che aiuti a risvegliare le coscienze e a contribuire alla
creazione di una mentalità nuova che sbaragli quella intrisa di ‘ndrangheta. Sarei anche contento se il pubblico che non ci conosce ci guardasse con occhi diversi, non come i carnefici che pensa siamo ma come vittime, come un popolo prigioniero della prepotenza, violenza e tracotanza di pochi. Poi, vorrei si apprezzasse la bellezza e che la fiction diventasse veicolo pubblicitario com’è successo per la Sicilia di Montalbano.

Ci potrà essere una seconda serie?

La seconda indagine è già stata scritta e pubblicata – Il patto del giudice, 2013, Garzanti – la terza la ho già scritta e sarà pubblicata in autunno. I romanzi perciò non mancano. C’è sì la possibilità della serie.

L’ultima domanda non può che essere relativa al suo prossimo romanzo: a cosa sta lavorando in questo momento?

Ho appena finito il terzo giudice meschino. Sto per cominciare un romanzo storico, su una vicenda realmente accaduta nel reggino qualche secolo fa.

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