Sottoscrivi RSS: Articoli | Commenti

“Malastrada”, metafora e stile innovativo

0 comments

Il buio come metafora: quel buio che all’inizio e alla fine circonda i protagonisti, che li porta a ripetere le stesse frasi, a cercarsi, a cercare le mani, per tenersi, per trovarsi e ritrovarsi.
Il ponte, “quel” ponte, come metafora, come qualcosa su cui si riversano sogni e miraggi.
E la strada, come metafora. Un percorso che porta all’inizio di quella costruzione, da attraversare per avvicinarsi ad un futuro sognato; una strada segnata dall’oscurità, in cui il futuro sembra affacciarsi, ma lontano e senza che si riesca a metterlo a fuoco; una strada che è stata seguita per portare a termine un inganno, quello ordito dal padre nei confronti del figlio e frutto di una “vendita” di colui che Nicola Viesti su Hystrio definisce la “vittima sacrificale”.
“Malastrada”, lo spettacolo messo in scena, in apertura di stagione di Spazioteatro, dalla Compagnia Pubblico Incanto, è una metafora. Autentica e che riesce a colpire nel segno. Un viaggio dentro noi stessi, dentro una società che insegue sogni, spesso perdendosi e mandando per aria affetti e rapporti, sconvolgendo dinamiche, sociali e personali. Tutto parte proprio dal fondamento sociale, quello della famiglia, messo a confronto con il grande, con l’enorme, con l’esterno. Ed ecco che quelle dinamiche, anche divertenti, ironiche all’inizio, lasciano spazio poi all’emergere di conflitti, alla ricerca finale di una luce nel buio, di ritrovare la mano che li ha condotti fino a quel punto e che può riportare, forse, tutto indietro, pur tra uno smarrimento che persiste.
E’ il linguaggio, oltre che l’invenzione drammaturgica e la prospettiva dalla quale viene osservato il tutto, a rendere ulteriormente originale ed intensa l’opera, scritta da Tino Caspanello, che ne è anche interprete e regista. Uno studio sul linguaggio, sull’uso del dialetto siciliano, per la precisione messinese, che non è semplice mezzo, ma stile, che detta il ritmo ed i toni.  Un testo denso, che si avvale anche e soprattutto di interpretazioni che disegnano stati d’animo, mutamenti: da quella dello stesso Caspanello, a quella di Tino Calabrò , nei panni del figlio, a quella di Cinzia Muscolino, che dà vita alla figura della madre con grande intensità, passando con disinvoltura e straordinaria bravura dai toni ironici a quelli più drammatici.
Ancora una applaudita rappresentazione per questa compagnia, che a febbraio sarà a Messina con un nuovo spettacolo, “Interno”.

Rispondi

*