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“Listen”: la recensione del film vincitore del premio per la migliore opera prima a Venezia 2020

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alfiesamba_listen_stills_-0450Un film dallo stile essenziale, di stampo realistico (sulla scia di Ken Loach, anche per ambientazione, una Londra periferica), che immerge totalmente lo spettatore nel percorso dei protagonisti, di una famiglia che all’improvviso viene separata dai servizi sociali, a causa di un problema della seconda figlia, che viene equivocato. Come evoca il titolo, “Listen”, la questione centrale è la mancanza/difficoltà di ascolto, di comprensione, di cui la sordità della stessa bambina al centro della storia è metafora: e quell’elemento stilistico che spicca in un film in realtà linearmente costruito, ovvero quei fermo immagine che accentuano la solitudine, la distanza, insieme allo sguardo della bambina attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica di cartone, all’occhio sui disegni, ai genitori fotografati nei loro pensieri e sensi di colpa, solo per un attimo distanti, sotto la pensilina in attesa del bus, sono i momenti che delineano un silenzio, tracce di un racconto che tenta di creare un proprio stile, di seguire un proprio percorso.

Al centro del film (che ha vinto il Premio Speciale della Giuria nella sezione Orizzonti e e il Leone del Futuro per la migliore opera prima alla Mostra del cinema di Venezia 2020 e che adesso arriva in esclusiva su MioCinema, dal 7 maggio), una famiglia portoghese emigrata in Inghilterra: una coppia con tre figli, lavori precari e difficoltà di arrivare a fine mese, di comprare del cibo, di sostituire l’apparecchio acustico per la bambina. Difficoltà che richiameranno l’attenzione dei servizi sociali, con la separazione dei figli dai genitori ed una battaglia legale da parte della coppia per cercare di riottenere l’affidamento dei bambini. “Chi decide se un genitore fa bene il suo lavoro? Quanto e come possono essere d’aiuto le istituzioni? È giusto togliere i figli a genitori amorevoli che però hanno forti difficoltà economiche?”: sono queste alcune delle domande con cui il film si confronta. Un percorso duro, difficile, in cui, come si diceva, sembra non esserci mediazione, in cui lo spettatore viene calato appieno. L’opera prima della regista Ana Rocha de Sousa  si inserisce, dunque, in quel percorso di racconto diretto che, appunto, rimanda ad una scuola di cinema di impegno inglese, pur non trovando ancora, però, una linea stilistica ben definita, ma solo alcuni tocchi, alcuni frammenti di un’estetica che sicuramente potrà crescere e definirsi. Interessanti e intense le prove dei protagonisti, Lucìa Moniz, la madre, già apprezzata in “Love Actually”, Ruben Garcia, nei panni del padre e la piccola Maise Sly.

 

 

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