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“Le cose che restano”: in sala il film su Ezio Bosso

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ezio-bosso-poster“Le cose che restano”: la musica, su tutto; la musica di Ezio Bosso, il suo essere tutt’uno con la musica, la sua ricerca continua, il suo cibarsi di musica e cultura, la voglia di scoprire sempre qualcosa di nuovo. I suoi incontri, le amicizie e le collaborazioni a volte poco conosciute ai più, il suo spaziare tra i generi, senza differenze, pregiudizi o steccati; e le sue parole per spiegare quella musica, per spiegare in realtà l’essenza della vita, i suoi colori, i suoi cambiamenti; il saper arrivare a tutti, “con semplicità ma senza semplificare”, saper fare arrivare la musica a tutti: perchè la musica non è solo note, o meglio è quelle note che vengono lette da un musicista perchè arrivino al pubblico che ne può fare il proprio personale percorso.

“Le cose che restano” è la traduzione italiana del titolo inglese di un brano inedito de Ezio Bosso; ma è anche il titolo del film (presentato alla Mostra del cinema di Venezia e che arriverà nelle sale il 4, 5 e 6 ottobre,  distribuito da Nexo Digital) che Giorgio Verdelli ha dedicato al Maestro, includendo questa composizione che ancora non era stata pubblicata, ma soprattutto regalandoci un viaggio nella musica che è anche un viaggio nell’anima. Non un percorso biografico, nè cronologico, standard: ancora una volta Verdelli costruisce un racconto che supera il classico format del doc su un personaggio, restituendoci un unicum, quale l’opera di Bosso è stata, ed è ancora. Sì, perchè ciò che viene naturale, parlando di questo grande artista e vedendo questo film, è parlane proprio al presente: musica e vita di Bosso sembrano, in  “Le cose che restano”, ancora più inscindibili e presenti.

Ezio Bosso in una foto di Guido Harari

Ezio Bosso in una foto di Guido Harari

Le note parlano, raccontano l’uomo, punteggiate dalle sue parole, sempre precise, sempre puntuali, sempre dense di profondità e di una scoperta che ci viene donata, di una lettura – della musica e del mondo – sempre inedita, originale, mai retorica. Ed è quello che traspare anche dalle testimonianze di amici, collaboratori, familiari: anch’esse ci restituiscono una vitalità, un’energia, una voglia di conoscenza e di trasmissione di questa conoscenza agli altri, che si scopre anche in una quantità di progetti, di composizioni, di innovazioni che hanno visto Bosso protagonista. L’amore, quasi la simbiosi con il violoncello, la scelta di comporre, di non disdegnare il pop; e poi la musica contemporanea, il jazz, saper unire note e teatro, raccontare il senso profondo del fare musica, sia in aula ai giovani, sia al Parlamento europeo, sia attraverso una telecamera, bucando lo schermo e tenendo incollati gli spettatori parlando di Beethoven in prima serata. Una potenza, che passa dall’anima al pianoforte, alla bacchetta di direttore d’orchestra: e le parole di Gabriele Salvatores, di Silvio Orlando (sua la frase più bella, parlando di Ezio Bosso come di “qualcuno che mi ha attraversato il cervello, in una notte, con un sogno positivo”), di Paolo Fresu, di Angela Baraldi, del corrispondente Rai da Londra, Stefano Tura, del presidente dell’Accademia di Santa Cecilia, Michele Dall’Ongaro - solo per citare alcune delle testimonianze racchiuse nel film – sono come dei fili che si riannodano per tessere un ritratto pieno, denso, in cui forza, curiosità, cultura ed immenso talento sono le parole chiave.

Ma, come dicevamo, non si tratta mai di un doc consueto: tutto, dai filmati, ai ricordi, alle interviste, sembra intersecarsi – attraverso la scelta stilistica usata da Verdelli – con naturalezza, come trascinati da un unico denominatore, che è proprio la musica, dalle parole di Bosso che costruiscono, insieme alla note, una traccia che affonda le sue radici nell’infanzia, in un amore per la musica innato, per poi snodarsi tra i luoghi che tratteggiano la sua storia,  ovvero le altre radici che connotano la sua formazione, il suo spaziare nell’arte, il suo sguardo sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso. E così, dai primi palcoscenici fino alla Sala Santa Cecilia, dal teatro con Walter Malosti agli studi di Abbey Road, da Sanremo ai “Carmina Burana” diretti all’Arena di Verona, un filo rosso attraversa questo percorso: l’amore per la musica e la consapevolezza che questa sia la cosa che resta.

 

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