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La Calabria nel nuovo film di Frammartino: il sud ancora una volta diviene linguaggio cinematografico

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il_buco_di_michelangeloframmartino_stills__1-7-3-1“Una storia dal punto di vista del sud, della popolazione che vedeva arrivare dal nord queste persone, quasi dei marziani che arrivavano per vedere qualcosa apparentemente inutile”: così la co-sceneggiatrice Giovanna Giuliani definisce “Il buco”, il nuovo film che Michelangelo Frammartino ha presentato oggi alla Mostra del cinema di Venezia. Una storia vista dal sud, ascoltando anche coloro che, al tempo, erano solo dei bambini e che guardavano questi uomini, questi speleologi giunti dal Piemonte, che scoprirono, nel cosentino, l’Abisso del Bifurto, una delle grotte più profonde del mondo.
Il sud è da sempre nella mente, nello sguardo di Michelangelo Frammartino, nei suoi film in cui quel territorio è fonte di racconto e di linguaggio cinematografico. Un linguaggio che fa della forza dell’immagine l’elemento centrale, senza necessità di altro. Un sud, un legame con le proprie radici che Frammartino rivendica, con quel “io sono calabrese”, pur se nato a MIlano. Quel sentirsi legato alla sua terra ne consente un racconto più vivo. E, nel passare dall’inquadratura di un grattacielo alla profondità di una grotta, si riflette quello che il regista vede come un “controracconto di quegli anni, anni in cui si guardava verso l’alto” e, proprio in quegli anni, aggiunge, “mio padre capisce che deve lasciare il sud”: dunque, il movimento “contromano” degli speleologi lo ha molto interessato. Oggi, dichiara rispondendo ad una domanda sul presente della Calabria, “non si emigra solo per il lavoro, ma anche per lo studio, per la salute, si continua ad andar via”.
Ma quel territorio, oggi come allora, continua a raccontare, continua ad ispirare, a diventare linguaggio: lo testimoniano anche due tra gli speleologi che hanno scoperto la grotta calabrese e che stasera saranno sul red carpet. ” Zone spettacolari come il Pollino ne ho viste poche”, affermano, raccontando anche come questa esperienza abbia permesso loro di mettersi “in contatto con un ambiente naturale, e anche sociale, che non conoscevamo affatto. Abbiamo trovato delle persone straordinarie: ad esempio, mentre salivamo sul Pollino, notammo alcuni pastori di una fattoria che, vedendoci arrivare e vedendo anche che nel nostro gruppo c’erano due donne, portarono due cavalli per non farci stancare”. Anche questo può essere il cinema: basta ricordarcelo e, magari, valorizzarlo.

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