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La Calabria di Frammartino

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Dopo il successo di Cannes, i riscontri da parte della critica internazionale, adesso arriva anche il Nastro d’argento speciale, che verrà consegnato il 19 giugno per la poeticità del racconto e delle immagini.

Tanti i riconoscimenti per “Le quattro volte”, di Michelangelo Frammartino. Una Calabria raccontata poeticamente, attraverso un viaggio nell’anima, che è un viaggio che passa dall’umano, all’animale, alla natura ed un viaggio anche in mondi e lavori ormai quasi dimenticati.
Una Calabria poetica, quella di Frammartino. E nell’Appennino calabrese si svolge il suo film, di cui ho avuto il piacere di parlare sia su FilmTv che sul sito del Sole 24 Ore.

Frammartino, poco prima dell’uscita nelle sale de “Le Quattro volte” e dell’annuncio del Nastro d’argento, ci ha rilasciato un’intervista (che farà poi parte del seguito di “Un set a sud”), nella quale ci parla della Calabria, del suo lavoro e ci anticipa anche la volontà di presentare nella nostra regione il suo film, pensando di farlo stavolta accompagnato da coloro che hanno preso parte alla pellicola: “ci tengo tantissimo – dichiara – si pensava di presentare al pubblico sia i carbonai, che il pastore. Ho una grandissima voglia di presentarlo con loro”.

Con Frammartino, dunque (che come prossimo progetto ha quello di un’animazione, da sviluppare sempre con Vivo Film), riprendiamo anche quello che è il tema di “Un set a sud”, quindi il rapporto tra cinema e territorio e gli chiediamo: quale l’immagine della Calabria che lei ha, cinematograficamente e personalmente, e che trasferisce nei suoi film?

Un'immagine de "Le quattro volte"

“Avevo già fato un film in Calabria e in realtà ho girato parecchio e spesso in Calabria, anche altre cose che magari non ho distribuito, messo in circolazione. Per me è una cosa, direi, quasi istintiva. La mia formazione è milanese, i miei sono entrambi di Caulonia, io sono nato a Milano, il cinema l‘ho conosciuto a Milano, in mezzo ad autori milanesi, considero i miei maestri gli autori dello Studio Azzurro, quindi ho avuto una formazione molto milanese. Ci ho messo un po’ a capire che in realtà la Calabria mi aveva influenzato cinematograficamente, non l’ho capito neanche quando ho girato “Il dono” (il suo primo lungometraggio, ndr.), perché credevo di avere girato in Calabria per ragioni di libertà, per circolare, per muoversi, per guardare. E poi invece penso di essermi reso conto che c’è una connessione più profonda con la Calabria, con Caulonia, che credo abbia un po’ “battezzato” il mio modo di vedere le cose, è la cosa della quale ho cominciato ad accorgermi un paio di anni dopo aver girato quel film.
Per esempio, quella pellicola aveva come chiave il concetto di dono, veniva dal pensiero dell’aporia, cioè i concetti che in qualche modo comprendono anche il loro contrario, contemporaneamente. E il dono era quasi uno degli accessi principali alla aporia, anzi forse l’aporia stessa: cioè, quando fai un dono ma ne conservi memoria, conservi il credito, o il debito se ti è stato fatto, allora non è più un dono, è uno scambio. Il dono dovrebbe dimenticarsi, annullarsi, nello stesso istante in cui lo fai. La sola memoria crea il passaggio ad un altro circolo economico. Allora, questo esserci/non esserci contemporaneamente del dono, per me era una chiave di volta di quel film, dell’immagine, ecc. E mi sono reso conto poi, che la Calabria, Caulonia, l’entroterra, per me era un luogo poetico, dove le contraddizioni coesistono profondissimamente, anche proprio sul piano visivo.

Per fare un esempio: se io ne “Le quattro volte” ho messo una capra su un tavolo, in una stanza, per costruire questo contrasto della bestia che è un animale dell’esterno e che invece è in un interno al posto dell’uomo, lì è assolutamente normale una cosa del genere, nel senso che i pastori, quando ero piccolo, entravano in casa con la capra perché non aveva senso portarsi le bottiglie dietro per uscire fuori dalla casa e mungerla. O questa osmosi che c’è fra interno ed esterno, nel senso del vicino che entra in casa e bussa e dice: “posso entrare?”, quando è già dentro. Questa netta separazione tra interno ed esterno nella nostra terra è molto più sfumata, quasi non c’è. E questa per me è una chiave importante che credo mi sia arrivata da questa terra. E’ una delle cose più importanti”.

Mi ha colpito una intervista nella quale ha detto “Non è necessario filmare New York per filmare la vita”, nel senso, mi pare di capire, di intendere questo territorio, quello calabrese, come territorio universale.

“E’ vero che per me le immagini sono delle presenze, cioè per me le immagini non sono semplicemente una copia della realtà, una riproduzione della realtà, per me le immagini sono una cosa. Per me “la quinta volta” di questo film è l’incarnazione nell’immagine dello spettatore. Per cui devo dire che sento di utilizzare i luoghi per costruire delle immagini. Per costruire delle immagini che abbiano delle regole all’interno, dei linguaggi. E per me queste sono delle presenze che hanno la stessa dignità di ciò che sto filmando. Cioè il “come filmo”, il linguaggio che adopero, per me è importante forse addirittura più, a volte, di quello che sto filmando. Per cui per esempio la Calabria – per le ragioni che ho provato a dire prima, che sono solo alcune – mi permette di fare un discorso sull’immagine che per me è un discorso sul sociale, sul presente, un discorso politico, indipendentemente da quello che sto andando a filmare. Dopodichè, è chiaro che quando io filmo la Calabria, la Calabria è presente in tutta la sua intensità, al di là della mia volontà di dire, del linguaggio che voglio utilizzare. Per esempio, ne “Il dono” credo che ci sia qualcosa della Calabria, anche se non in maniera assolutamente esaustiva, non credo che nessuno possa farlo in maniera esaustiva per una terra così complicata, una storia così complessa. Però credo che proprio lavorando sull’immagine, sul linguaggio, sul raccordo, sulle connessioni, con un grande rispetto ed anche affetto proprio per questo luogo, poi il luogo mi regala delle cose che filtrano, passano ed entrano nel progetto”.

A suo parere c’è un’attenzione rinnovata, da parte del cinema, nei confronti del territorio, del sud in generale?

“Diverse cose interessanti stanno arrivando lontano da Roma. Penso a Marra, a Piva, a quegli autori meravigliosi che sono stati Ciprì e Maresco, davvero straordinari; poi ci sono degli autori che lavorano sul documentario, D’Agostino e Lavorato, che stanno facendo un lavoro importante. Quindi mi sembra che ci sia qualcosa che si sta muovendo. Certo che per poterlo fare bisognerebbe dare del sostegno. Per esempio, se un certo movimento sta venendo fuori da un cinema che parte dai luoghi e dai posti, piuttosto che dalla pagina scritta – senza aver nulla contro la pagina scritta – se ci sono degli autori giovani che stanno lavorando a partire dal reale, allora per aiutarli c’è bisogno che il sistema produttivo tenga conto di progetti che nascono e si sviluppano così, perché, forse per comodità, per abitudine, la produzione è molto legata alla scrittura. Se magari il mio piccolo film ed altri che hanno avuto più fortuna in questi giorni servono anche a questo, a pensare che bisogna rinnovare un pochino il sistema produttivo  per permettere ad opere diverse di esistere, sarebbe una buona cosa. Non è facile, perché ho la sensazione che al sud si parta, e questo è molto interessante, più dal luogo”.

Non esclude di poter tornare a girare ancora in Calabria…

“No, assolutamente no, non lo escludo per niente. La Calabria mi dà sempre sorprese. Per “Il dono” ero convinto di girare a Milano, poi questo progetto mi è arrivato “di nascosto” da dentro, la Calabria ti fa sempre queste sorprese”.

  1. Avevo letto un articolo del Corriere della Sera su questo film del milanese Frammartino, originario della Calabria che ci riprova per la seconda volta a filmare la nostra terra, come dice la tua puntuale ed interessante intervista. Sembra che vi sia rappresentata la parte del territorio più arcaico e primitivo a stretto contatto con la natura. Non l’ho ancora visto naturalmente, ma viene voglia di constatare se è vero che vi sia adombrata l’idea pitagorica degli elementi del mondo vegetale, animale, minerale presenti nell’uomo, in questo caso nel protagonista che è un pastore, che riesce a riscoprirli e sintetizzarli per un fine molto semplice: guarire dai propri malanni ricorrendo ad antichi naturali rimedi. In effetti la storia del passato remoto di questa terra va riscoperta perchè spiega intuizioni oggi sconosciute che aiutano a valorizzarla. Lodevole sembra pure la tecnica di rappresentazione che rifugge da teorie sapienziali e complicate simbologie per affidarsi ad immagini schiette ed allusive di altrettante verità reali. Sarà un piacere vedere il film quando arriverà nelle sale.
    Gaetanina Sicari Ruffo

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