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Guardando “In fondo agli occhi”, se stessi e un intero Paese

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unnamedLa cecità reale, che però permette di “vedere” oltre le apparenze, di sentire la realtà delle cose; e la cecità metaforica, di un Paese ormai allo sbando, che invece non sa più vedere quella realtà. Un nome, Italia, che è quello della co-protagonista, una barista abbandonata dal marito, che cerca una speranza ma non la trova, o non la sa vedere, e corre dietro ai miraggi di un mondo contemporaneo effimero e superficiale; e un’Italia Paese, ormai abbandonato a se stesso, che non sa più guardare quanto di buono ha in sé e insegue chimere. Un protagonista, socio e amante della donna, non vedente ma che sa vedere che “in fondo agli occhi” abbiamo lasciato le nostre speranze e le nostre verità: e lì le nascondiamo, non riuscendo ad affrontare la nostra esistenza. Forse, solo “rivalutando l’essenziale”, appoggiandoci gli uni agli altri e riscoprendo la nostra forza e il desiderio di guardare oltre, potremo superare le difficoltà dei singoli e quelle di un’intera nazione. E “In fondo agli occhi” ci spinge a guardare lo spettacolo di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari che, con l’attenta regia di un maestro internazionale del teatro come Cesar Brie, portano in scena questo testo che, ancora una volta – dopo i tanti successi, come quello di “Io provo a volare” – unisce ironia e drammaticità attraverso un linguaggio che arriva immediato al pubblico, scuotendolo grazie alla potenza istrionica di Berardi ed alla forza scenica di Gabriella Casolari. Un racconto che è insieme un vortice di riflessioni, di scambi di battute, di ritmo e di innovazione, che fa sì che il messaggio arrivi diretto, con forza: guardarsi dentro, con coraggio, per superare se stessi e la realtà nella quale ci troviamo a vivere. Un linguaggio “insieme concreto e surreale”, che non lascia mai indifferenti, che coinvolge il pubblico nel percorso dei due protagonisti, fra disillusioni e spietate letture del reale, ma anche speranze e desideri. Tra realtà e metafora, come si diceva: la realtà della malattia, che “diventa filtro speciale attraverso cui analizzare il contemporaneo”, e la metafora, “in cui la cecità è la condizione di un intero Paese rabbioso e smarrito che brancola nel buio alla ricerca di una via d’uscita. Chi è più cieco di chi vive, senza avere un sogno, una prospettiva davanti a sé, di chi essendone consapevole, non può far altro che cedere alla disperazione?”
Un paese in cui “…non è rimasto più nessuno…perché ci vuole talento anche per essere mediocri…”. I protagonisti analizzano la loro storia, alternando sarcasmo e drammaticità, senza mai cadere nella retorica, nel didascalico, ma fotografando il reale appunto attraverso la loro storia, attraverso quella dei tanti avventori del loro bar, passati e mai più tornati, attraverso quella del Paese dal quale si vorrebbe scappare, così come dalle proprie vite e da chi ci è accanto, accorgendosi poi però che proprio chi ci è accanto ci sa vedere oltre il “limite” della vista. Persone in “crisi”, come il Paese in cui vivono, ma che vogliono tornare a scrutare in fondo a quegli occhi.

 

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