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“Braccialetti rossi”: un successo e un linguaggio nuovo dai quali la fiction può ripartire

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Braccialetti rossiPotrà essere, come il Commissario Montalbano (non a caso entrambi prodotti dalla Palomar), uno spartiacque nel mondo della fiction, o quantomeno un punto di riferimento, da oggi in poi: insomma, dopo “Braccialetti rossi”, la produzione televisiva “seriale” italiana non potrà essere più la stessa. Non solo per il clamoroso successo di pubblico, soprattutto giovane (il che ha fatto notevolmente abbassare il target di riferimento della fiction prodotta dalla rete ammiraglia); non solo per la tematica, indubbiamente coraggiosa, da proporre in prima serata. E’ soprattutto il linguaggio, il modo di proporre una storia, ad essere differente: e questo, proprio come nel caso della serie nata dai romanzi di Camilleri, si interseca alla perfezione con tutti gli altri elementi del racconto per immagini.

Non c’è il “caso” di puntata che si inserisce nella narrazione orizzontale; non c’è il classico schematismo – che vediamo ripetersi spesso nella fiction più tradizionale – ma le storie si intrecciano, così come bene e male, riso e pianto si alternano ma non con un metodo preconfezionato e con il bilancino, ma in una fluidità e consequenzialità che non è consueta: basti pensare, ad esempio, alla scena in cui si apprende della scomparsa di uno dei ragazzi, affidata proprio al volto e alla voce del più “comico” dei personaggi, e descritta – pur nella sua tragicità – in maniera anche poetica, come in un passaggio dal comico al tragico mediato dalla figura in genere più divertente e da un linguaggio quasi metafisico. Una soluzione drammaturgica non comune.

Certo, si dirà, si segue quasi totalmente l’impianto della serie spagnola a cui “Braccialetti rossi” si ispira: ma (a parte la ovvia sottolineatura del fatto che comunque c’è un adattamento italiano)  ciò evidenzia un dato fondamentale, ovvero che è assurdo guardare ai serial britannici o statunitensi come a dei fari ai quali l’Italia non potrà mai avvicinarsi. Il punto è che – a parte esempi qualitativamente non eccelsi – anche nel nostro Paese abbiamo prodotto e produciamo opere di qualità, ma il linguaggio è e sarà, e deve essere, fortemente differente. Il che, appunto, non significa di livello inferiore, ma che tenga conto di una storia, di un vissuto e soprattutto di una estetica e di un linguaggio per immagini che è assolutamente differente da quello americano. Non a caso questa fiction è nata ed ha avuto successo in Spagna: il “sentire” europeo ha radici ben differenti, e la sua traduzione, sia a livello letterario che cinematografico, ha indubbiamente basi diverse. Che a volte vuol dire – e diciamolo! – anche migliori: non a caso, la cinematografia mondiale ha guardato a noi, qualche decennio fa, come innovatori del linguaggio per immagini, se non come costruttori di esso (ed oggi continua a farlo, ad esempio con “La grande bellezza”).

Dunque, un linguaggio nuovo: che sa anche colpire grazie all’emozione. Che non è necessariamente un dato negativo, se costruita senza patetismi, come in questo caso, ma sa scuotere sicuramente le coscienze e toccare, per la verità di quanto racconta.

E nel linguaggio nuovo, grande parte gioca anche il ruolo della musica: per la prima volta, infatti, diviene un tutt’uno con le immagini, con il racconto, secondo una linea “giovane” (non giovanilistica), e che dà un ritmo, una visione del tutto innovativa, grazie sia all’apporto di grandi nomi già affermati (la voce di Vasco Rossi, ad esempio, indubbiamente dà ancora più forza drammaturgica ad una delle scene più importanti della serie), sia a quello di giovani autori che hanno creato una grande colonna sonora.

Senza dimenticare uno degli aspetti fondamentali di questo successo: i protagonisti, i giovanissimi e bravissimi attori, che sono riusciti a creare un’empatia con il pubblico, ma soprattutto a costruire dei personaggi complessi dando loro un’anima, che sembra quasi venir fuori dallo schermo.

Insomma, un mix giusto di fattori che – pur non dimenticando qualche debolezza, come alcune frasi “troppo scritte” per dei ragazzini o qualche aspetto medico da rivedere, come la rappresentazione di alcuni dottori come specialisti di ogni settore – fa di “Braccialetti Rossi” un unicum e forse un punto dal quale la nostra fiction può ripartire.

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