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“Arturo lo chef”, gli ingredienti giusti del teatro

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Con il sorriso, anche con la risata, raccontare sogni giovanili, vita di un piccolo centro, aspirazioni, rassegnazioni, speranze e soprattutto la difesa di un concetto importante, quello di libertà, che si unisce a quello di dignità: il tutto, attraverso una pièce che è molto più di un’esperienza di teatro di narrazione, perché costruita attraverso un lavoro scenico (corporeo, di scenografia, di movimenti), che dà un ritmo non comune per questo tipo di rappresentazioni. Senza contare l’apporto dell’interprete, una grande prova attoriale, per tempi, mimica, movimenti appunto. “Arturo lo chef” inaugura “La bella stagione” di SpazioTeatro con una performance coinvolgente, divertente e che dimostra la forza di un teatro che non perde la propria efficacia con il passare del tempo: anzi, questo spettacolo del Teatro del Sangro, scritto, diretto ed interpretato da Stefano Angelucci Marino, e che festeggia i dieci anni, sembra scritto…domani. Per i temi, che, essendo legati al vivere quotidiano, restano universali (e, vista la “moda” della cucina, oggi onnipresente in tv e sui giornali, addirittura – seppure l’argomento diviene strumento per raccontare persone, valori e sentimenti – la pièce sembra aver precorso i tempi); ed anche per lo stile, per l’uso minimale degli oggetti in scena (due sedie ed un frigorifero, che, di volta in volta, diventano altro, evocano luoghi e situazioni, oltre che l’evoluzione di una vicenda), per l’utilizzo delle musiche, per la costruzione del racconto che utilizza tutti gli strumenti teatrali per non far scemare l’attenzione e mantenere costante il livello, con il sorriso che lentamente scivola nella riflessione, nel tono più serio, senza che neppure lo spettatore se ne accorga.

Ed è così che Angelucci porta in scena la storia di Arturo, giovane di un piccolo paese abruzzese, che vuole seguire la strada di tanti suoi concittadini, diventati famosi chef. Lo fa vincendo le perplessità del padre, arrivando in America e lottando contro pregiudizi e ostacoli, che serviranno a fargli comprendere il valore degli insegnamenti del genitore, la sua lotta per il bene più prezioso, quello della libertà.

Dieci anni di vita per uno spettacolo che ci rivela un altro momento di quella intensa ricerca che Angelucci sta portando avanti con il Teatro del Sangro: un’attività che lo ha visto anche ispirarsi, come in questo caso, alle opere dello scrittore John Fante. Un’ispirazione che ha poi dato vita, oltre che ad una serie di spettacoli, anche ad un libro, “Fanteria Abruzzi”: un gioco di parole per questo volume che raccoglie i testi degli spettacoli che, dal 2000, l’autore ha tratto dalla scrittura di Fante. Un gioco di parole, afferma Angelucci, “come se i miei personaggi abruzzesi fossero soldati dell’anima, inguaribili sognatori, a disagio nel mondo dove vivono, combattono e sperano”.

  1. Grazie Paola, per il tuo ‘sguardo’ e le tue parole.
    Di cuore.

    Stefano

  2. Di nulla, è un piacere scrivere di spettacoli ben realizzati!

  3. Umberto scrive:

    Uno dei più bei spettacoli che ho visto in questi ultimi anni. Complimenti.

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