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“Aggiungi un posto a tavola”: quando l’arte della commedia musicale supera tempi e confini

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Foto Antonio Sollazzo

Ci sono opere che superano categorie, confini, steccati; ci sono musiche che fanno parte della memoria di tutti; ci sono racconti che diventano universali, perchè parlano di temi che non hanno tempo, di amicizia, fratellanza, accoglienza, sacrificio in nome degli altri. E lo fanno attraverso la commedia, forse l’arte più difficile da creare e mettere in scena. In questo caso, attraverso la commedia musicale, nata non come “versione italiana” dei musical, ma come esempio di stile che rimanda alla storia, al romanzo popolare, al racconto che affonda le radici nella  narrativa, nella letteratura italiana, insieme ad un’altra arte nella quale il nostro paese è maestro, quella della musica. Uno stile che diventa qualcosa di unico, sorretto da grandi nomi e professionalità: quella premiata ditta Garinei e Giovannini diventata sinonimo di arte, di divertimento che non vuole dire leggerezza, tutt’altro. E’ la commedia vera, quella che ha più livelli di lettura, quella che attraverso l’ironia graffia e dice molte più cose di qualsiasi altro mezzo; è lo sberleffo intelligente, la satira di costume che arriva immediata, ma non per questo non arguta.

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Foto Antonio Sollazzo

E quando è così, le opere diventano classici, entrano nel cuore degli spettatori e non vanno più via: come “Aggiungi un posto a tavola”. Quelle note inconfondibili di Armando Trovajoli riportano subito alla memoria un mondo in cui musica, risate, coreografie, ma anche riflessioni e ironia, si fondono. Quel mondo creato da Garinei e Giovannini insieme alla grande Iaia Fiastri e portato al successo da Johnny Dorelli, accanto a nomi (nelle diverse versioni) come Bice Valori, Paolo Panelli, Daniela Goggi, Jenny Tamburi, Carlo Croccolo, Alida Chelli, Riccardo Garrone.

Oggi quel mondo ritorna, grazie a chi in quell’universo teatrale è nato e ne ha appreso regole, tecniche, ma soprattutto ne ha assimilato talento ed emozioni, che riesce a trasferire al pubblico: Gianluca Guidi ricopre il ruolo che Dorelli ha portato al successo, quello di Don Silvestro, e propone questa ripresa teatrale in una tournée approdata per due sere anche al Teatro “Cilea” di Reggio Calabria, nell’ambito della rassegna “Le maschere e i volti”.

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Foto Antonio Sollazzo

Una ripresa che introduce solo pochissimi elementi di contemporaneità, lasciando intatto un “meccanismo teatrale” assolutamente perfetto, che non smette di affascinare, coinvolgere, entusiasmare (e non uso troppi termini entusiastici, non avendo mai visto il pubblico del “Cilea”, in genere non facilissimo, in piedi ad acclamare i protagonisti, quasi in delirio).

Fin dalle prime note, dal tema che dà il titolo all’opera, come si diceva, si apre quel mondo di musica e arte che, pur restando immutato, è contemporaneo: lo è nella forma, in quel mix che oggi si torna ad apprezzare come un tempo, con meccanismi che erano innovativi ed evolvono (dalla costruzione in scena dell’arca, alle proiezioni visive per ricreare il diluvio), con le coreografie che erano già avanti quarant’anni fa e lo sono ancora oggi, curate sempre, fin dalla prima edizione, da Gino Landi. E lo è nella sostanza: la storia del prete cui Dio ordina di costruire un’arca, per mettere in salvo il paese in cui vive dal  nuovo diluvio universale, racchiude in sé tanti temi che restano attuali o addirittura eterni. L’amicizia, innanzitutto, che porta Don Silvestro a non voler abbandonare il suo paese, a difenderlo con il proprio sacrificio; l’amore, anche quello che può riguardare un prete ed una giovane, toccando – con apparente leggerezza – il tema del celibato ecclesiastico; il superamento delle differenze, la paura di ciò che non si conosce, di chi giunge da lontano e, dunque, la fratellanza e l’accoglienza, racchiusi in quel titolo che comprende tutto. Ed ecco che, quando sul finale, Dio “arriva in scena” con il sempre sorprendente volo della colomba, la metafora diviene ancora una volta evidente. Pur sotto forma di una commedia brillante, come una volta si definiva un genere che in realtà sapeva dire molto.

Foto Antonio Sollazzo

Foto Antonio Sollazzo

E lo continua a fare grazie soprattutto al grande talento in scena: a partire, appunto, da Gianluca Guidi, come sempre perfetto, nei tempi, nello stile, nel canto, nel sapere tenere la scena ed interpretare con la propria personalità; e poi un cast di giovani artisti in grado di cimentarsi tra musica e recitazione, coinvolgendo con il pubblico con la loro energia: su tutti, da sottolineare soprattutto la prova di Piero Di Blasio, nei panni di Toto. Ma è la “voce dei Dio”, quella voce fuori campo, così iconica, a ricevere una delle ovazioni più grandi: quella di Enzo Garinei, classe 1926, un autentico mito il cui sguardo si illumina nel fare teatro, nell’osservare i suoi colleghi sul palco, nel condividere ancora questo entusiasmo che il teatro regala e che sa regalare al pubblico.

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